“Mariti”, indagare il lato oscuro

«Indagare il lato oscuro delle persone insospettabili è un modo per riflettere sull’essere umano» ed è questo lo spirito di “Mariti” in scena oggi, ore 17.30, alla sala teatro di Poggio Berni. Lo spiega Francesco Pennacchia che ne ha curato la drammaturgia e la regia ed è in scena accanto a Gianluca Balducci e Stefano Vercelli, produzione di Drama Teatro.

Il lavoro aveva debuttato prima del Covid, è rimasto lo stesso?

«La struttura è la stessa ma ad ogni replica cerchiamo di aggiungere qualcosa».

L’ispirazione le è venuta dal film “Husbands” di John Cassavetes.

«Sono attratto dai suoi film, mi piace la sua cifra stilistica inconfondibile. Le tematiche che affronta qui, sebbene siano ambientate a New York negli anni 70, sono universali, con uno sguardo su problemi psicologici e comportamentali molto toccanti».

Temi dunque sempre attuali?

«Certo, perché oggi come ieri, negli Usa come in Italia siamo ancora restii a ripensare al modello famiglia, a mettere in discussione l’istituzione. E così per altri aspetti del sociale. Basti vedere cosa ha scatenato la pandemia: reazioni imprevedibili e isteriche. Le vicende dei tre professionisti che affrontano la morte improvvisa dell’amico e lo fanno in modo quasi infantile inducono a porsi delle domande oggi come ieri».

Emerge l’immagine di tre uomini arrivati e con un ruolo sociale definito, che non sanno affrontare i problemi della vita. Si credono onnipotenti ma crollano.

«Dal loro comportamento si deduce che non sanno dare un nome a ciò che gli accade. Diventano tre goliardi molesti e ubriachi per un impulso di ribellione verso qualcosa che non riescono a definire, e mandano al diavolo tutto. Scoperchiando il vaso emerge una loro mancanza profonda, un’immensa ignoranza a livello emotivo. Proprio come con la pandemia ci siamo resi conto che non possiamo avere tutto sotto controllo, anzi nulla lo è».

Lei è autore, regista e attore: come vede il teatro di parola di cui è portavoce?

«Lo vedo come una cosa che c’è, se analizziamo i generi e i linguaggi scenici è vero che rispetto ad altri il teatro di parola oggi sembra quasi arrivato al capolinea, ma secondo me è un momento di transizione che sta portando a un rinnovamento delle forme, lo si continua a praticare nel tentativo di rinnovarlo. Ci sono momenti in cui i fuochi diminuiscono ma ci sarà sempre bisogno di dire con le parole».

Qual è il ruolo che più sente suo, quello di autore, attore, regista?

«Io faccio prevalentemente l’attore. Se scelgo di essere autore e regista è sempre perché mi pongo delle domande. L’urgenza nasce quando vengo rapito da un una storia, un libro, un’opera, un film e ho voglia di provare a essere quel personaggio che mi attrae».

Lei lavora con grandi protagonisti del teatro contemporaneo come Alfonso Santagata, Claudio Morganti, Vetrano e Randisi, Roberto Latini, cosa rappresentano?

«Lavorare con loro è un grande momento di crescita professionale e umana ed è una crescita gioiosa che fa stare bene. Mi fanno sentire felice sul lavoro, cosicché paradossalmente è come non lavorare. Sapere che si fidano di te e ti lasciano libero di esprimerti per me è il compimento massimo dell’attività attoriale».

Lei è anche docente in seminari per attori, cosa dice loro?

«Pensateci bene! Riflettete sul fatto che il teatro si può fare bene ai vari livelli, sia hobbistico che professionale, tutto dipende da come vi approcciate!».

Vuole inviare un messaggio agli spettatori?

«Li invito a venire a teatro. Ripopoliamo questi ambienti perché è di discipline come il teatro che c’è bisogno e più che mai ora».

Info: 327 119 2652

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