Marino Moretti, un poeta «sano e sincero» da riscoprire

Marino Moretti, un poeta «sano e sincero»  da riscoprire

CESENATICO. «Nacque a Cesenatico, un paesello dell’Adriatico. Romagnolo nell’anima, elesse la Toscana a sua patria ideale».
Così una biografia pubblicata su La nuova lettura nel 1906 descrive l’allora ventenne Marino Moretti (Cesenatico, 1885- 1979). Solitario, crepuscolare, poeta «sano e sincero» come lui stesso si definiva, influenzato dal conterraneo Pascoli, «ottimo ed onesto operaio» delle lettere, come lo ritraeva invece Adolfo Franci, con una precoce vocazione letteraria divisa tra poesia, romanzi, drammi (aveva provato anche a fare l’attore con Rasi) e numerosissime lettere che ne ricostruiscono dettagliatamente vita e pensieri. Collaborò per un trentennio – tra tante altre testate – con il Corriere della sera e nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce.
La vita altrove
Ma il dato forse più nascosto epperò significativo della sua biografia, anche artistica, è un’omosessualità mai citata eppure vissuta con dolore, privazioni e infelicità nell’omofobo clima italiano della prima metà del Novecento.
A tal proposito, scrive pudicamente Marino Biondi nel Dizionario biografico degli italiani redatto per Treccani: «La vita era sempre in un altrove, soprattutto Parigi, dove (Moretti) avrebbe voluto liberamente vivere secondo un impulso dei sensi che allora non era dato neppure manifestare, se non con sodali e affini».
Annota Franco Buffoni: «Quanto sarebbe importante porre anche quel dato (l’omosessualità) nel novero delle possibilità per Marino Moretti, per esempio, o Diego Valeri, o Clemente Rebora, o Camillo Sbarbaro, giusto per fare qualche nome».
Quanto sarebbe dunque più vero, più doloroso, più pregnante il racconto di vita di uno scrittore, seppur oggi minore, se visto attraverso le giuste lenti dell’emarginazione, della privazione, dell’amore inespresso o inesprimibile?
Poesie 1905-1914
La giusta occasione per rimettere nella corretta prospettiva la biografia ma anche l’opera di Marino Moretti può essere data dalla recentissima pubblicazione – promossa da Casa Moretti – delle Poesie 1905-1914 a cura di Renzo Cremante (La Nave di Teseo, pp. 285, euro 25). Non «poesie scelte» ma «mie poesie» è l’affettuosa annotazione dell’autore. Il libro è stato presentato a Cesenatico nel corso del convegno organizzato per il quarantennale della morte dello scrittore e l’assegnazione del biennale Premio Moretti.
Il volume uscì nel 1919 per Treves, dopo un quinquennio di assoluto silenzio poetico che coincise anche con il primo conflitto: la guerra mondiale, scrive Cremante, «segna un netto discrimine anche nell’attività letteraria di Moretti, costituisce anzi, per lui, in concomitanza con la decisione di non dismettere più i panni feriali del narratore in prosa, l’occasione imperatoria per prendere congedo dalla poesia, per una sorta di rendiconto, di bilancio conclusivo da riservare a tutta quanta la passata produzione poetica. Gli esiti sono affidati all’edizione di queste Poesie, i termini cronologici precisati nel sottotitolo: 1905- 1914».
Dunque un congedo. «Nessuna di queste poesie è inedita, e nessuna è stata scritta dopo i primi mesi del 1914» sono le sue stesse parole. A fronte, però, scrive Cremante, di una «non interrotta produzione prosastica che annovera, in quel medesimo arco di tempo, non solo la pubblicazione di una settantina di novelle, ma soprattutto la non improvvisata, sempre più convinta sperimentazione del romanzo».
In tarda età però la poesia riaffiora «annullando – scrisse Carlo Bo – quelli che erano gli schemi iniziali riconducibili alla lezione crepuscolare e impostando la sua nuova lettura dentro il registro dell’ironia e di una filosofia dolorosa e quasi crudele».
Guccini e l’aborto
Ma perché tornare oggi a parlare di Marino Moretti? Che cosa ci raccontano le sue rime e le sue piccole narrazioni? Innanzitutto per liberarlo dall’etichetta di crepuscolare che gli stava stretta, al punto da rivendicare «l’autonomia, l’originalità, ma anche la varietà e la versatilità della propria voce poetica».
E poi per cercare, in queste pagine, la magari non proprio palese modernità di un autore che riserva sorprese. Ricordandosi che se oggi parliamo abitualmente di felliniano, all’epoca si diceva (forse non sempre benevolmente) morettiano. E persino Francesco Guccini, in una intervista a Paolo Talanca, ebbe a dichiarare: «Avevo una antologia di Anceschi e lì c’erano molti crepuscolari, mi affascinava molto Moretti e c’è un titolo mio – Piccola storia ignobile – che deriva da una sua opera».
Quella Piccola storia scandalosa, compresa in questa raccolta, in cui il poeta racconta dell’aborto della madre. Pienamente dentro il Novecento.

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