Maresciallo assolto dopo un calvario di 17 anni

A mezzanotte e diciassette, orario della lettura della sentenza di assoluzione, nel tribunale deserto risuonano solo i singhiozzi di Maria Rita, moglie dell’imputato. Lacrime di gioia, ma lui, il “maresciallo” Antonio Giustini, 71 anni, sembra consolarla. La coppia non è mancata neppure a un’udienza. Nelle nove ore precedenti il sottufficiale dell’Arma in pensione, difeso dagli avvocati Alessandro Petrillo e Piero Venturi, non si è mosso dall’aula «né per un caffè, né per un goccio d’acqua» in attesa del verdetto che gli ha restituito l’onore. I giudici hanno messo nero su bianco che l’azione penale nei suoi confronti, un calvario durato 17 anni, non sarebbe mai dovuta iniziare. Nessuno lo ripagherà mai delle sofferenze patite per un’accusa infondata, per un fatto, lo stesso fatto, archiviato una prima volta già nel 2003.

«Semplicemente io non ho più lacrime. Non considero piangere una debolezza, anzi, è l’espressione più pura di un sentimento che la mente non riesce a governare. E’ solo che io ho pianto per troppo tempo, in silenzio, da solo».

Qual era il suo timore?

«Ho sempre fatto il mio dovere e cercato di fare il bene degli altri. La mia unica paura era non arrivare alla fine del processo. Mi sarebbe dispiaciuto se tutto si fosse chiuso con la “morte del reo”. La gioia adesso non è mia, ma di chi ha creduto in me, di chi ha sofferto con me. Ho pregato Dio: fammi finire questa questione e dopo fai quello che vuoi. Mi hanno tenuto in vita la fede e il sostegno della mia famiglia».

La battaglia contro la malattia va avanti.

«Ma ora sono sereno, davvero. All’inizio di questa brutta storia l’unico posto in cui ritrovavo un po’ di pace era un vigneto in Abruzzo, terra dei miei genitori. Sono l’ultimo della mia famiglia, ho solo dei cugini in Canada, Paese dal quale mio padre fu costretto a tornare perché gravemente malato, prima di morire ancora giovane. Studiavo, fu un’idea del parroco farmi arruolare nell’Arma».

Quando fu chiamato a comandare la stazione dei carabinieri di Cattolica il 30 marzo 1992 era già qualcuno. Nei successivi 16 anni si è guadagnato il soprannome di “maresciallo Rocca della Valconca”, grazie all’acume investigativo e a una furbizia proverbiale. Popolarità che a molti dava fastidio. Dopo la pensione, riprendendo un cammino mai interrotto che da ragazzo lo stava portando a indossare il saio, è diventato diacono permanente, dirige la Caritas cittadina.

«Ho vissuto anni difficili c’erano da contrastare le infiltrazioni della camorra. In una sola notte arrestammo 104 persone. Non sono mai sceso a patti con nessuno e tantomeno con la mia coscienza. Forse ero diventato scomodo».

Ecco il punto, lei è finito nei guai quando la figura del comandante di stazione è entrata in crisi.

«La gente veniva in caserma per qualsiasi motivo e trovava ascolto. Adesso a un comandante non può succedere quello che è capitato a me. La porta era aperta, ora ti liquiderà il piantone o un brigadiere: vada dall’avvocato e faccia querela. Il tuo fatto personale non lo ascolterà mai nessuno, per paura di guai. Eppure, la figura del maresciallo era quella. Me l’hanno insegnata così i miei maestri, i miei padri. Venivano a dirti del figlio che andava male a scuola, della moglie che metteva le corna, del vicino che si era impossessato del mezzo centimetro di terra. Ora si è svilito quel ruolo e chi ci ha rimesso? Tutti».

Nel suo caso l’ennesima questione da dirimere era un prestito e di mezzo c’era un informatore.

«Un chiarimento, persone convocate, come altre centinaia, a spiegarsi. Nessuno parlò della natura del prestito, che invece era legato alla droga. Non ci fu denuncia. E che io non fossi in combutta con nessuno lo videro dai tabulati, dalle intercettazioni in caserma e a casa. Nei miei conti correnti c’era solo lo stipendio. Alla fine, si sarebbero dovuti inorgoglire di trovare un pezzo di Stato pulito, invece mi hanno messo comunque sotto processo, sostituendo tre numeri di un articolo del codice con altri tre numeri di un altro articolo, senza modificare di una virgola il fatto contestato, nel frattempo già archiviato. Quando venivo interrogato le prime volte mi sentivo sempre dalla parte sbagliata della scrivania. Una volta invitai un inquirente a togliersi le mani dalle tasche: chi fa così può far pensare che abbia qualcosa da nascondere».

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