Angelo Marconi, l’uomo che voleva costruire il posto più bello di Rimini

RIMINI. Sabato scorso la città di Rimini ha dedicato la piazza degli eventi del Marina di Rimini all’ingegner Angelo Marconi. Non lo sapremo mai ma la domanda non è campata in aria: ci sarebbe mai stato un porto turistico di Rimini senza la sua ostinata volontà di realizzare la darsena?

Marconi era nato a Savignano sul Rubicone il 18 marzo 1930. Figlio di un ingegnere (Aldo, fondatore nel 1954 della Ripa Bianca di Santarcangelo, azienda per la produzione di laterizi) si laurea in Ingegneria civile a Bologna con specializzazione in idraulica. I suoi primi lavori sono legati ai ponti della Romea e presto si dedica all’azienda di famiglia. Nel 1971 diventa presidente dell’Associazione Industriali di Rimini, carica che ricopre fino al 1978 e poi dal 1981 al 1984. Impegnato anche nel settore bancario diventa prima presidente della Banca Popolare di Cesena e poi vice presidente della Banca Popolare dell’Emilia-Romagna.

Tutto iniziò nel 1974

Il pallino, l’ossessione, per la darsena di Rimini inizia nel 1974. «Erano gli inizi degli anni Settanta», raccontò in una lunga intervista al Corriere Romagna il 3 marzo del 2002. «Io ero appena divenuto presidente dell’Associazione industriali. L’allora assessore ai lavori Pubblici Diotallevi mi chiamò e mi consigliò di dare vita a una società per comprare l’area a ridosso dell’attuale darsena. C’erano le condizioni per realizzare il porto turistico. Io, che ero anche presidente della consulta economica, proposi questo progetto agli imprenditori riminesi ma soltanto Luigi Valentini e Arnaldo Bellucci decisero di impegnarsi. Era il 1974. Se ricordo bene pagammo quell’area poco meno di un miliardo di lire. Era una bella cifra! Diotallevi aveva capito che senza un’attività immobiliare collegata la darsena non poteva essere realizzata. Fece un tipo di scelta da non comunista. Il nostro progetto però non riuscì ad andare avanti…».

Per Marconi la colpa fu dell’ex sindaco Walter Ceccaroni che in quel momento era assessore regionale al Turismo. «Per lui la darsena era per la gente ricca mentre lui portava avanti l’idea del turismo di massa. Fece una legge che di fatto bloccò il progetto perché imponeva di mettere a disposizione pubblica il 50 per cento degli spazi. Ma tutto restò in stand-by. All’inizio degli anni ’80, un altro riminese assessore regionale al Turismo, Giorgio Alessi, sbloccò la situazione».

 

Tra burocrazia e resistenze degli operatori

Ma le cose erano un po’ cambiate. «Erano cambiate le regole. C’era da fare la valutazione di impatto ambientale. C’erano da prendere nuovi accorgimenti tecnici… Nel frattempo, poi, si era costituita anche un’altra cordata con Tonino Foschi e la Cbr. Per evitare problemi ci consigliarono la fusione e così facemmo. Il progetto iniziò allora una fase lunghissima di pareri e di avanti e indietro nella quale ricevemmo un grosso aiuto dal sindaco Giuseppe Chicchi. Mi ricordo ancora che nel ’94, all’epoca del governo Berlusconi, di fronte a un rappresentante del governo che doveva decidere sul futuro del nostro progetto disse che non avrebbe avuto remore nel testimoniare pubblicamente che se la darsena fosse nata grazie a quel governo lo avrebbe testimoniato pubblicamente».

C’era però da vincere la resistenza dei residenti e degli operatori turistici di San Giuliano Mare. «Io andavo alle assemblee infuocate a incontrare il comitato e promettevo che San Giuliano sarebbe diventato il posto più bello di Rimini. Nacque anche un altro progetto che rallentò non poco il nostro cammino. Raccolsero tremila firme e a Roma ci chiedevano spiegazioni. Io allora dissi che se il problema era questo noi potevamo raccoglierne 100 mila».

Marconi era convinto delle sue idee e le confermava anche durante i lavori: «Quello sarà il posto più bello della città!». Ma a un certo punto decise di lasciare società e progetto. «La base sociale era cambiata. Un po’ alla volta erano usciti Bellucci e Foschi. Era entrata la Gecos di Valentini e Morandi. Nella società iniziavano le prime discussioni sul modo di procedere e mi resi conto che era giunto il momento di lasciare. Ma lo feci solo dopo la firma della concessione demaniale che ci autorizzava, finalmente, a costruire la darsena: avevo raggiunto il mio scopo. Uscimmo io e la Cbr e la società restò alla Gecos».

Marconi si disse dispiaciuto ma ammise che era l’unica cosa da fare. «Ho avuto il giusto compenso», si limitò a dire a chi gli chiedeva se dopo 28 anni di battaglie ci avesse guadagnato o ci avesse rimesso.

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