Marco Paolini: la crisi, che opportunità!

«Sani!»: si salutava così (e qualcuno lo fa ancora) fra Veneto e Friuli, ai piedi delle Alpi: un augurio, una benedizione, che Marco Paolini riprende nel titolo del suo ultimo spettacolo, Sani! Teatro fra parentesi in programma al teatro Diego Fabbri di Forlì questa sera alle 21. Sul palco con Paolini, Lorenzo Monguzzi, autore delle musiche originali insieme a Saba Anglana.

«“Sani!” è un personalissimo modo di salutare della mia zona – racconta Paolini –, che usavamo anche in famiglia. È un auspicio, che cambia a seconda della agenda delle preoccupazioni del momento».

E in questi nostri giorni, fra pandemia e guerra?

«Da una parte abbiamo lo sdegno etico, dall’altra la preoccupazione per la nostra instabilità economica. Il teatro non può non tenerne conto ma con l’unico scopo di far sentire le persone meno abbandonate, meno fragili, e lasciare in loro un pensiero, un sentimento da portarsi via e che scaldi. Questo valeva mesi fa e vale ora: per questo rispetto al nuovo scenario non ho cambiato lo spettacolo, a monte infatti vedo gli stessi elementi scatenanti».

Quali?

«C’è un enorme errore strategico, la fragilità del sistema globale che ha favorito la pandemia abbattendo le nostre barriere e favorendo il salto di specie dei virus. Le nostre modalità di globalizzazione e di sfruttamento dei territori dovevano portare prima o poi delle conseguenze. Poi, certo, verso la malattia c’è maggiore fatalismo. Però, anche il virus è la conseguenza logica di una sottovalutazione di fenomeni ed errori di cui ci accorgiamo solo quando ci riguardano da vicino. La guerra? È un evento… tribale, ci riporta indietro riconducendoci alla nostra storia di precarietà, benché anche la pace in realtà sia una condizione di equilibrio precario. Fino a poco tempo fa era la pace a rappresentare il nostro orizzonte, ma già quando misi in scena “La fabbrica del mondo” tante incertezze erano in vista, con il danno sull’immediato e il rallentamento alla soluzione di problemi di tutti che tolgono spazio alla fiducia e alle prospettive per le generazioni future».

Lo spettacolo però riguarda anche molto altro.

«Il filo conduttore sono le crisi, quindi i cambiamenti, che sono personali e collettivi: e riconoscerle implica riconoscere la forza, anche positiva, della trasformazione. Le crisi possono essere opportunità ma a volte non le cogliamo come tali e le sprechiamo, restando ancorati al vecchio. Non cerco però di dare indirizzi o soluzioni dal palco: si chiamerebbe demagogia, un potere della narrazione che intossica. Il teatro semmai mira a trasformare i pensieri in storie».

Anche storie personali.

«Ho voluto mescolare ironicamente privato e pubblico in una sorta di ballata in cui canzoni e musica alleggeriscono il tono senza togliere peso agli argomenti. Oralità e musica del resto sono molto vicine, ritmo e tono sono essenziali per conferire maggiore magia alla parola».

Magia?

«Certo! Se facciamo questo mestiere infatti è perché siamo consapevoli della funzione pubblica della parola: alcune delle storie di “Sani!” sono tragicomiche, altre più intime, altre ancora microscopiche, e ci sono particolarmente affezionato perché sono vere. Ma la chiave del mio lavoro è la finzione, e anche episodi che non mi sono accaduti davvero, me li vedo svolgersi davanti agli occhi sera per sera: e diventano veri per me proprio come gli altri. Lo spettacolo di narrazione del resto si basa sulla fiducia nella risposta degli spettatori, una fiducia che è la sfida di questo “teatro fra parentesi”».

Biglietti: € 29-27. Info: 0543 26355

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