Marco Bertozzi e quell’Italia decisamente felliniana

È arrivato in libreria a ridosso della primavera L’Italia di Fellini. Immagini, paesaggi, forme di vita (Saggi Marsilio), nuovo lavoro che Marco Bertozzi dedica a Federico Fellini, dopo vari articoli e saggi. Consulente insieme ad Anna Villari per il Museo Internazionale che la città di Rimini si appresta a dedicare al suo concittadino più illustre, Bertozzi affronta l’opera omnia del grande regista con una monografia orientata a raccontare un Fellini cantore (tutt’altro che in senso “nazionalista” e normativo) e reinventore (con il suo sguardo libero e desiderante) dell’Italia e degli italiani.

Geografia sentimentale

Prendendo le mosse dai due poli della “geografia sentimentale” di Federico Fellini, Rimini e Roma, l’autore va alla ricerca di paesaggi urbani e culturali, tra arcaicità e modernità (dai fenomeni magico-religiosi alla sessualità, il campo è ricco), presenti nel suo cinema.

Da un lato il paese natale (e la Romagna), «luoghi di resistenza, arcaica e anarchica, ai miti progressisti della modernità» che il regista riminese rimesta e rielabora nei suoi film, così che «l’adolescenza di Amarcord» e «i fantasmi maschili dei Vitelloni» – i film più marcatamente “riminesi”, le cui “fonti” sono però ricostruite altrove e a Cinecittà – si trasformano in categorie universali «in cui tutto il mondo può riconoscersi».

«Rimini diviene l’anima idealtipica di una città italiana» afferma Bertozzi, che accosta a quelle prodotte da Fellini altre “onde mediali” che hanno contribuito a rinforzare la «presenza (di Rimini) negli immaginari nazionali»: quelle di Raoul Casadei e Fabrizio De André, di Vittorio Tondelli e Sebastiano Vassalli.

La star è Roma

Dall’altro lato c’è invece quella Roma che Fellini aveva ad esempio indicato, parlando de La dolce vita, come «la star del mio film, la Babilonia dei miei sogni». Una città che «diventa il laboratorio di una gigantesca ibridazione nazionale», che si rivela affine e consustanziale alla poetica felliniana.

Con la parte centrale del libro, quella dedicata alle Condivisioni, intrecci, somiglianze, si entra quindi nella sfera magica dell’officina felliniana toccandone la straordinarietà. Con intrecci che da Dino Buzzati e Calvino passano per Nino Rota – complice con Fellini di un «decostruzionismo ludico» di cui sono entrambi e insieme maestri –, arrivano a Tonino Guerra ed Ermanno Cavazzoni, allargandosi quindi anche al cinema di Vittorio De Seta. Ciò che accomuna l’autore di Banditi ad Orgosolo e Un uomo a metà al regista riminese è «una lancinante capacità d’analisi interiore», scrive Bertozzi, quell’attenzione alla «metereologia del desiderio e delle passioni» che deriva in entrambi dall’incontro e frequentazione con lo psicanalista junghiano Ernst Bernhard.

Fellini politico

L’attenzione sul Fellini cantore e narratore della storia italiana – nel suo coacervo di tensioni identitarie, culturali, politiche e sociali – e degli italiani, si è affermata da tempo nel panorama degli studi sul maestro. Un orientamento cui ha fatto da detonatore, alcuni anni fa, il volume (citato dallo stesso Bertozzi) Viaggio al termine dell’Italia. Fellini politico di Andrea Minuz (Rubbettino). Scoperchiando quasi un’ansia, cresciuta negli ultimi tempi, a emendare (e di fatto ribaltare) sottovalutazioni di certa vecchia critica (di stampo marxista) abbarbicata all’idea dell’imprescindibile connessione tra arte e politica (o discorso sul reale, sociale). Al punto da perdere spesso di vista (per non dire delle sviste) le espressioni dell’autentico genio creativo laddove non vi sia esplicito impegno o riferimento al politico. È il caso di Fellini per l’appunto.

In questa cornice il viaggio di Bertozzi nella filmografia e nella poetica felliniana è uno scandaglio che nel dissotterrare zolle porta alla luce un terreno ricco e poliedrico, che si è dimostrato vieppiù in grado di raccontare «l’Italia con squarci di rara efficacia storiografica».

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