I Madness vengono spesso considerati semplicemente come la parte burlesca dello ska revival, il divertissement scanzonato e leggero destinato a sparire col primo girare del vento. Invece la loro musica, nata come “aggiornamento” di certi ritmi giamaicani germogliati negli anni Cinquanta e Sessanta, ha lasciato tracce imprevedibili e profonde, fin troppo facili da decodificare, finendo con l’incarnare la quintessenza del suono british. Il gruppo inglese è stato linfa vitale per quella straordinaria tradizione che ha preso il via dai Beatles e dai Kinks e che non ha mai smesso di produrre talenti. Basta ascoltare, per averne una conferma, un album come “Absolutely” (1980), del quale è ora disponibile una nuova ristampa in vinile da 180 grammi, con le note di copertina esclusive di Stevie Nicks, pubblicata per celebrare i quarant’anni dall’uscita del disco.

Nelle canzoni dei Madness, nei tanti album realizzati in una carriera che prosegue tuttora, albergava un misto di creatività, esibizionismo, semplicità di linguaggio e multirazzialità che era tipico di Camden Town, il quartiere di Londra dove erano nati. Pezzi in cui i tratti della melodia, dell’arrangiamento e dell’interpretazione vocale evidenziavano quello che era forse l’aspetto fondamentale della musica dei Madness: la capacità che avevano di assimilare tutta una serie di stili (che andavano, solo per citarne alcuni, dallo ska al beat, dal rocksteady al northern soul, fino ad arrivare al vaudeville, al pop e alla musica di Ian Dury…), per poi riproporli in maniera creativa, dando libero sfogo a quella musicalità che rappresentava senza dubbio una delle prerogative migliori della band inglese.

I Madness – attraverso l’uso del dialetto cockney, i testi conditi da una buona dose di ironia e sarcasmo, l’intonazione fresca e spontanea della melodia, i ritmi in levare e un accompagnamento in cui spiccavano le tastiere e il sassofono – cercavano di descrivere il mondo che li circondava. Raccontavano i vicoli ciechi e le effimere glorie della vita inglese, o più specificatamente londinese, senza mai rinunciare alla leggerezza, all’irriverenza e, a tratti, ad una malinconia che restava impressa nelle condotte melodiche e nelle armonie [“Il preside ne ha avuto abbastanza per oggi/ Tutti i ragazzi sono andati via/ Via a combattere contro la scuola della porta accanto/ Ogni trimestre, questa è la regola/ Siede da solo e piega il suo bastone/ Sempre i soliti vecchi deretani/ Tutti i piccoli raccontano frottole/ Camminando verso casa e schiacciando le lumache/ Oh quanto ci siamo divertiti/ Ma è davvero andato storto tutto quello che ho imparato a scuola/ È stato come piegare le regole senza infrangerle/ Oh quanto ci siamo divertiti/ Ma all’epoca sembrava così brutto tentare modi diversi/ Per cambiare le cose” (Baggy Trousers); “Ho ricevuto una lettera l’altro giorno/ Sembra che non vogliano più conoscerti/ L’hanno messa giù dandoti il loro punteggio/ Nelle prime due righe dice schiettamente/ Tu non dovrai più venire a trovarci/ Stai lontana dalla nostra porta/ Non girare qui intorno mai più/ Perché diavolo l’hai fatto?/ Nostra zia, non ne vuole sapere/ Lei dice/ Cosa penseranno i vicini/ Essi penseranno non vogliamo/ Ecco quello che penseranno/ Non vogliamo/ Ma io lo voglio/ Perché io so che loro pensano che io non voglia/ Nostro zio non ne vuole sapere/ Lui dice/ Siamo una disgrazia per la razza umana/ Dice/ Come puoi mostrare la tua faccia quando sei una disgrazia per la razza umana” (Embarrassment); “Tu hai detto che stai andando via/ Va bene/ Tu hai detto che ne hai abbastanza/ Cosa posso dire/ Immagino che sarò triste per una settimana o due/ Ma alla fine è lo stesso per me e per te/ Saremo dispiaciuti entrambi fino in fondo/ Tu ed io/ Devi smettere di fare così/ Devi cambiare/ Perché sei tu che tieni le carte in mano/ Tu tieni le fila/ Mi metto a pensare ogni volta che te ne vai” (You Said)].

“Il settetto di Londra – ha scritto Andrea Silenzi – è entrato nel cuore della gente perché, alla fine, ha vissuto in mezzo alla gente, dando concerti alle 10 di mattina per i giovanissimi e scrivendo canzoni piene di semplici verità”.

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