Il “lustrino” di via Garibaldi a Rimini tra lavoro e dignità

RIMINI. All’inizio del Novecento la caratteristica delle strade di Rimini, soprattutto di quelle lungo la fascia di litorale, è la polvere. La gente addebita la responsabilità di questa sventura all’incuria del Municipio e la stampa inserisce ripetutamente le lamentele dei cittadini negli spazi riservati alla cronaca. «La via Trai – scrive L’Ausa, settimanale cattolico, l’8 agosto 1908 – è impraticabile per la polvere che vi giace e per quella che vi sollevano gli automobili (il maschile è ancora d’obbligo quando si parla di questo avveniristico veicolo senza cavalli, ndr)». Il Momento, periodico radicale, paragona i viali della marina ai «sentieri di campagna» e il 3 agosto 1910 sostiene, molto telegraficamente, che il «polverone» del viale Amerigo Vespucci «soffoca, acciacca e danneggia». Un anno dopo, il 10 agosto 1911, lo stesso giornale riferisce che nell’ultimo versante della litoranea – quello che conduce al Sanatorio Comasco – la polvere è talmente copiosa «che si solleva anche al passaggio del più leggero veicolo».
Questo fastidio si associa al pessimo stato “fisico” delle strade: buche, dislivelli, ciottoli … Quando piove, denuncia il settimanale repubblicano La Riscossa il 19 ottobre 1912, «le arterie dei bagni» diventano «una vera e propria cloaca»; e non si pensi ad acquazzoni diluviali perché, come documenta anche Il Momento il 18 giugno 1914, sono sufficienti «quattro gocce» per renderle «impraticabili per il gran fango che vi si forma».
Agli attacchi dei giornali il Comune risponde con il solito ritornello della mancanza di soldi: le poche risorse finanziarie a disposizione non bastano per provvedere all’innaffiamento e nemmeno all’ordinaria manutenzione.

A risentire dello stato indecoroso dei selciati sono soprattutto le scarpe dei viandanti, sempre ricoperte di un’antiestetica patina grigiastra. Un imprevisto, questo, assai disdicevole per una stazione climatica che d’estate ospita, tra le migliaia di bagnanti, impeccabili elegantoni. Nel tentativo di attenuare l’inconveniente, il Municipio destina lo spazio «sotto la loggia del Palazzo dell’Arengo» ad un lustrascarpe. Nel Regolamento sulla concessione delle aree pubbliche e tassa relativa, deliberato dal Consiglio comunale nella seduta del 15 marzo 1913, è specificato che in quell’area dovranno esercitare un “lustrino” tutto l’anno e due nella stagione estiva. Per «armonizzare con la dignità del luogo», questi personaggi dovranno, a norma di Regolamento, «essere vestiti decentemente e puliti e mantenere costantemente le cassette, gli attrezzi e il posteggio in istato decoroso».

Con la guerra del Quindici – che interrompe il flusso dei villeggianti – e il terremoto del Sedici – che rende malsicure alcune aree dei palazzi comunali – sparisce il lustrascarpe dei portici. L’esigenza di ripristinare il prezioso servizio torna a farsi sentire con la prima estate di pace e, naturalmente, con l’arrivo dei bagnanti. Le strade, infatti, dopo cinque anni di trascuratezza, hanno aumentato a dismisura la polvere e la stampa – sollecitata dalle lagnanze dei forestieri – ne sottolinea la seccatura: «Ci fossero almeno i lustrascarpe ad alleviare questo impiccio!». Ma i lustrascarpe, nonostante la precarietà dell’occupazione, non ci sono.

Il primo riminese che si appresta ad intraprendere questo genere di lavoro poco redditizio spunta nell’estate del 1921 ed è un personaggio che, a detta de La Riscossa del 17 settembre, svolge il servizio «in condizioni talmente indecenti da togliere la volontà di servirsene a chi potesse averne bisogno».
L’intervento del foglio mazziniano – a dire il vero troppo impietoso – ci consente di fare la conoscenza di Giovanni Vannoni: un poveraccio approdato al ruolo di lustrascarpe dopo aver tirato avanti, per diverso tempo, con i magri sussidi della pubblica assistenza; un relitto di uomo che mantiene impressa nel volto smunto e nei vestiti laceri l’impronta dell’atavica miseria.
Sponsorizzato dalla ditta Lion Noir, che gli fornisce insieme con «la crema per calzature assolutamente superiore» una cassetta con tutto l’occorrente per lucidare le scarpe, Vannoni ha la postazione all’inizio della via Garibaldi, a ridosso dell’Arco dei Magnani. Lì, inchiodato ad uno sgabello, se ne sta immobile, con lo sguardo smarrito nel vuoto, ad aspettare che qualcuno si sieda sulla sgangherata poltrona che gli è accanto per chiedere i suoi servigi.

La sua figura ossuta e sciatta richiama l’immagine del mendicante. Qualche forestiero, mosso a compassione, gli allunga l’elemosina. Lui la rifiuta, ma con discrezione, per non mettere in imbarazzo chi gli ha usato la gentilezza. I più gli passano accanto senza guardarlo. Nessuno che si fermi, che lo saluti, che gli rivolga una battuta, un gesto confidenziale o, in un impeto di coraggio, una pacca sulle spalle. Mai una parola o un sorriso con chicchessia. La sua giornata si sfilaccia nei ritagli della noia. Ore e ore di attesa fino all’imbrunire, quando raccoglie la zavorra delle sue speranze e delle sue frustrazioni e in silenzio, ignorato da tutti, scompare per le strade polverose della sua città. Nessuno sa dove Vannoni vada a depositare il fardello della sua emarginazione. La mattina alle sette è di nuovo al suo posto, in quel metro quadrato di solitudine in mezzo al via-vai forsennato della gente, a recitare la stessa parte, senza scomporsi; ad aspettare che qualcuno si accorga di lui per rendergli meno amara la giornata.

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