L’uomo forte chiamato per mettere ordine in città

Nel 1908, anno dell’inaugurazione del Grand Hotel, il Municipio di Rimini decide di riordinare i servizi pubblici per rendere la città più decorosa e meno “provinciale”. Il dito è puntato sulla trasandata gestione di alcuni settori comunali: pulizia delle strade, spurgo dei pozzi neri e degli orinatoi, occupazione del suolo, sistemazione di giardini e viali, annaffiamento, affissioni e pubblicità, accalappiacani, vetture, trasporti funebri e necrofori, servizi nelle borgate e nella zona di marina, rapporti con la società che dirige l’industria balneare. Il compito di rimettere in sesto tutte queste attività municipali, comprendenti anche il riassetto dei corpi delle guardie di polizia urbana e dei pompieri, è assegnato ad Elia Testa.

Poche le note che caratterizzano questo personaggio, sufficienti tuttavia per conferirgli l’incarico. Nativo di Formia, Testa è iscritto al terzo anno di studi di fisica presso l’università di Napoli quando entra nell’arma di artiglieria. Una volta raggiunto il grado di tenente è costretto a dimettersi per avere contratto matrimonio religioso senza il preventivo “assenso regio”.

Assunto in gennaio con la qualifica di Ispettore delle guardie di città e di comandante dei pompieri, nel giro di pochi mesi Testa presenta al sindaco di Rimini Camillo Duprè una Relazione sui vari servizi dipendenti dall’Ufficio di Polizia Municipale. In essa non solo vengono elencate le anomalie e le carenze delle prestazioni pubbliche, ma sono anche fornite sensate disposizioni per rassettarle e renderle più consoni alle esigenze dei nuovi tempi. L’elaborato dell’Ispettore, preciso ed esauriente, piace e sulla base delle argomentazioni esposte, scrupolose fino alla pignoleria, è redatto un Regolamento che ha l’assenso dal Consiglio comunale nella seduta del 9 dicembre 1908. La normativa riunisce in un unico organico il corpo di polizia urbana e quello dei pompieri creando la nuova “figura professionale” delle «guardie-pompieri». Di questa rivoluzionaria innovazione parleremo nel prossimo articolo, ora fermiamoci sul personaggio Elia Testa, che da questo momento e fino al 1923 avrà in mano l’organizzazione della vita spicciola della città.

Uomo di poche parole, ma al momento opportuno capace di sfoderare anche i virtuosismi della dialettica, Testa ha come imperativo categorico il detto «La legge è la legge. E la legge non si discute». La sua “intromissione” nella tranquilla vita riminese si abbatte sulla città come un tornado investendola con un turbinio terrificante di divieti, obblighi e … contravvenzioni. I modi burberi ed espliciti dell’Ispettore e il suo atteggiamento fermo e battagliero, lo portano spesso a scontrarsi con la gente, abituata da troppo tempo a non rispettare le regole. Una parte della popolazione l’ha in simpatia, ma quella che gli è ostile lo combatte duramente. Anche la stampa prende posizione. Nei suoi confronti L’Ausa e La Riscossa hanno due linee diametralmente opposte. Il primo periodico lo apprezza ritenendolo adatto a trasformare Rimini in una città civile ed educata; il secondo, che disapprovava il suo processo di ristrutturazione dei servizi, troppo brusco e repentino, lo dipinge come un despota e critica, con pesante sarcasmo, i suoi metodi utilizzando gli sfoghi velenosi dei lettori contrari alla “riforma”. Pure Il Momento e il Corriere Riminese si interessano della condotta dell’Ispettore, ma senza preconcetti; il giudizio tuttavia che hanno della persona e delle sue sbrigative maniere è sostanzialmente positivo.

L’amministrazione municipale non ha mai fatto mistero del suo entusiasmo per l’«uomo forte». Un «funzionario – si legge sul verbale della Giunta comunale nella seduta del 25 febbraio 1910 – che nel disimpegno delle non facili attribuzioni a lui affidate ha dimostrato sempre zelo, attività e abnegazione non comuni». Lo sostiene continuamente, anche con pubblici attestati di simpatia. Nel febbraio del 1910, per esempio, per sollevargli il morale scosso dalle umilianti cattiverie che subisce dalla stampa e per «incoraggiarlo a continuare l’opera sua giustamente apprezzata da quanti hanno a cuore il miglioramento e l’ordine dei pubblici servizi», gli elargisce uno speciale “encomio”; nell’aprile di quello stesso anno, per consolarlo dei «dispiaceri non lievi», che ha dovuto subire in «un procedimento penale» intentato per le sue abitudini militaresche e «che gli aveva procurato amarezze e dispendio di denaro», gli accorda addirittura un compenso straordinario di 1000 lire (VGCR, seduta del 13 aprile 1910).

Orgoglioso e inguaribilmente spavaldo, Testa ha il piglio del comandante: è sempre in prima linea sia per difendere i “suoi” agenti dagli attacchi dell’opinione pubblica, sia per dare l’esempio con la propria azione. Ed è proprio sul campo, nei borghi e nelle strade della città, con la sua ostinata intransigenza che conquista la stima dei subalterni.

Col passare del tempo e i buoni risultati ottenuti nell’opera di riordino dei servizi pubblici, tutti i giornali, ad eccezione de La Riscossa, che continua a forzare i toni dello scontro, fanno quadrato attorno al comandante, al suo contegno energico e alla sua infaticabile dedizione al dovere. I riconoscimenti del resto gli arrivano anche da fuori città. Nel marzo del 1913 è chiamato per un breve periodo a Caserta per organizzare il corpo della polizia urbana di quel comune.

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