“Luoghi dell’anima”, ultima giornata tra Rimini e Santarcangelo

Qual è il suo luogo dell’anima? È questa la domanda che ha unito tutti i protagonisti dell’Italian film festival “Luoghi dell’anima” che oggi chiude i battenti. Dall’11, la terza edizione, ogni giorno, ha visto salire sul palco attori, registi, sceneggiatori, critici e stasera è la volta dei compositori, coloro che al film donano il tessuto sonoro.

Il primo appuntamento è alle 18 al Fulgor, a Rimini, con la masterclass sui mestieri del cinema dedicata alla musica e alle colonne sonore, protagonisti due pluripremiati autori, Paolo Fresu e Andrea Guerra, entrambi con alle spalle decine e decine di musiche scritte per film e documentari e collaborazioni coi più acclamati registi, basti citare, tra i tanti, per Fresu: Alatri, Avati, Marcias, Olmi e per Guerra: Milani, Muccino, Ozpetek, Scola. La giornata prosegue a Santarcangelo, allo Sferisterio, dove Fresu si esibirà in concerto insieme a Daniele Di Bonaventura, dalle 22. Il concerto sarà preceduto da un incontro coi protagonisti e dalla premiazione dei film in concorso. Il festival, ideato da Andrea Guerra e diretto da Steve Della Casa e Paola Poli, è ispirato a Tonino Guerra che, attraverso la poesia, la prosa, il cinema, l’arte figurativa, i luoghi dell’io più profondo li ha esplorati, frequentati e ricreati. Basti pensare alle sue sceneggiature di film come “La sorgente del fiume”, di Theo Angelopoulos o “Nostalghia” di Andrej Tarkovskij da cui, la manifestazione ha preso l’immagine grafica, recuperando uno scatto di polaroid fatto durante le riprese.

Viaggiando per la sua terra di Romagna, questi “luoghi” sono tangibili, visibili, e tutti strutturano un percorso poetico da riscoprire partendo da Santarcangelo, salendo a Pennabilli e poi scendendo sulla costa, a Cesenatico, Cervia, Rimini, Riccione. La programmazione della manifestazione, che si conclude oggi, ha cercato di entrare nel mondo che è stato della celluloide, ora del digitale, per cercare e proporre quei lavori che più si avvicinano alla ricerca e alla scoperta di quei luoghi dell’anima che appartengono alla vita reale ma anche alla memoria, alla testimonianza, alla storia, ai personaggi che tanto hanno nutrito la nostra anima, perché come scrive Pavese, “l’uomo mortale non ha che questo di immortale: il ricordo che porta e quello che lascia”.

Esempi di grande profondità lo sono stati film come “Anima bella” di Dario Albertini, “Piccolo corpo” di Laura Samani, “Una femmina” di Francesco Costabile e docufilm come quello su Lucio Dalla “Per Lucio” di Pietro Marcello, di Renato De Maria “Caterina Caselli. Una vita 100 vite”, “Il giovane corsaro. Pasolini da Bologna di Emilio Marrese. Opere che hanno qualcosa di diverso da dire, che non fanno il verso ad altre, che, come ha dichiarato Pupi Avati, il regista bolognese protagonista (con un ricordo di Gianni Cavina e Lino Capolicchio e col suo film “La casa delle finestre che ridono”) ieri sera del festival, in relazione ai suoi film: «Non somigliano ai film dell’anno, nessun mio cast e nessuna mia storia somigliano a quelle degli altri».

Non a caso ha affermato di aver «trovato nell’emarginazione e nella estraneità al salotto una delle forme più efficaci per mantenere la mia identità». E ha aggiunto: «Se a 83 anni faccio ancora questo mestiere forse c’è chi apprezza. Quindi è ancora possibile essere alternativi. Ci vogliono convincere che non lo è, ma è possibile».

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