Lugo, sentenza Minguzzi. La famiglia: «perché un rinvio?»

La famiglia Minguzzi dovrà aspettare ancora per sapere le ragioni che lo scorso 22 giugno hanno portato la Corte d’Assise di Ravenna a pronunciare la sentenza di assoluzione nei confronti degli ex carabinieri di Alfonsine Orazio Tasca e Angelo Del Dotto e dell’idraulico Alfredo Tarroni. I tre erano accusati dell’omicidio del carabiniere Pier Paolo Minguzzi, trovato morto nel 1987 a distanza di dieci giorni dal suo rapimento: per la legge le mani che si sono macchiate del delitto restano ignote, mentre la famiglia del giovane militare ucciso continua a chiedere di conoscere la verità su quanto accaduto 35 anni fa.

E così la richiesta di una proroga di altri novanta giorni per il deposito delle motivazioni della sentenza desta la «sorpresa» della madre, Rosanna Liverani, e i fratelli di Minguzzi, Gian Carlo e Anna Maria, che nel processo si erano costituiti parte civile con gli avvocati Luca Canella, Elisa Fabbri e Paolo Cristofori. «Più volte, nel corso del dibattimento – afferma la famiglia Minguzzi – avevamo sentito la Corte ridimensionare la complessità del processo e la breve durata della camera di consiglio, neppure un’ora, sembrava andare in questa direzione. Evidentemente così non è, tanto che la Corte ha ora ritenuto di richiedere una proroga del termine massimo. Siamo pertanto più che mai curiosi di conoscere le motivazioni della sentenza di assoluzione. Purtroppo il nostro Pierpaolo non c’è più e dopo trentacinque anni vogliamo capire perché i responsabili della sua morte non sarebbero stati ancora individuati».

La sentenza di giugno

Tasca, Del Dotto e Tarroni erano stati assolti «per non aver commesso il fatto»: questa la formula letta a giugno dalla Corte, mentre i legali della famiglia si erano associati alla richiesta di condanna all’ergastolo avanzata dal sostituto procuratore Marilù Gattelli, aggiungendo anche una domanda di risarcimento da 3 milioni di euro. Nel corso dei loro interventi in sede di discussione, gli avvocati dei Minguzzi avevano sostenuto come vi fossero state lacune ai tempi delle indagini immediatamente successive alla morte del carabiniere, puntando il dito in particolare nei confronti degli altri militari accasermati ad Alfonsine all’epoca dei fatti.

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