Lugo, sanità: un anno difficile, nuovi progetti e prospettive

Anche il 2021 è stato un anno impegnativo per la rete sanitaria locale, costretta a dover fare i conti con la continua evoluzione della pandemia. Nell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna è il sindaco di Cotignola Luca Piovaccari ad avere la delega alle politiche socio-sanitarie.

Sindaco, in una scala da 1 a 10 come valuterebbe l’assistenza sanitaria nella Bassa Romagna?
«Mi sentirei di dare almeno un 8. Certo in questi due anni non sono mancate le criticità, ma è sotto gli occhi di tutti come il nostro sistema sanitario territoriale abbia garantito, meglio di altri, risposte all’emergenza pandemica e maggiore continuità rispetto alle altre attività socio-sanitarie. Questo è stato possibile perché ci sono infrastrutture materiali e immateriali che funzionano e professionisti che non si sono mai tirati indietro rispetto a sfide così complesse. Certo occorre migliorare soprattutto rispetto all’integrazione delle politiche, creando una sinergia tra ospedale, territorio, servizi sociali e volontariato organizzato, per garantire la continuità della presa in carico dei pazienti».

In quest’ultima impennata di infezioni Covid c’è anche un po’ di responsabilità nella gestione di alcune politiche, sanitarie e non?
«La straordinarietà della situazione ha costretto spesso a prendere decisioni avendo a disposizione elementi molto incerti, e in questo contesto non sbagliare è quasi impossibile. Tuttavia non credo che l’Italia si sia mossa male. Penso che l’elemento di maggior criticità sia stato rappresentato dalla comunicazione pubblica che non sempre è stata chiara, creando disorientamento e non facilitando una consapevolezza diffusa tra la popolazione».

Ora la sfida è a vaccinare il più alto numero di persone; per riuscirci bisognerebbe parlargli o ascoltarli di più, andando a focalizzare ansie, fobie ed errate convinzioni?
«La campagna vaccinale ha dati confortanti, ma sicuramente occorre fare di più per intercettare le persone che ancora rifiutano di vaccinarsi, perché hanno ancora dubbi e paure. Al netto di una ristretta minoranza di “no vax”, credo ci sia una fetta importante di popolazione non vaccinata che, se approcciata nel modo corretto, potrebbe essere convinta. Per farlo occorre accompagnare alle campagne di comunicazione nazionali, azioni territoriali in grado di intercettare le singole persone. Serve un ampio coinvolgimento delle figure di riferimento delle nostre comunità».

Manca nelle scuole come nella stessa società un minimo di educazione sanitaria?
«In parte credo di sì: non esiste una piena e diffusa consapevolezza di come funzioni il servizio sanitario. Bisognerebbe anche migliorare la conoscenza rispetto al pensiero scientifico; troppo spesso in questi due anni abbiamo visto molta ignoranza al riguardo. La ricerca scientifica inevitabilmente procede per tentativi, per approssimazioni, per studi e approfondimenti continui».
C’è qualcosa per la salute dei cittadini che le amministrazioni locali possono fare autonomamente?
«Dobbiamo investire di più sulla prossimità delle cure, a partire da Case della salute strutturate e integrate con il sistema socio-sanitario. Certo anche su questi temi le competenze nazionali e regionali sono preminenti, ma anche localmente possiamo mettere in campo scelte ed investimenti per agevolare questi percorsi».

Quindi è fondamentale la medicina di prossimità?
«È decisiva, perché rappresenta il primo punto di interlocuzione dei cittadini con il sistema socio-sanitario. Se funziona bene consente di indirizzare la presa in carico dei bisogni di salute della popolazione verso i servizi più appropriati. Nella stragrande maggioranza dei casi (problemi di salute di media e bassa gravità) queste risposte devono esserci sul territorio».

L’ospedale di Lugo ha pagato un caro prezzo per arginare questa pandemia; se potesse, cosa farebbe subito all’Umberto I?
«Negli ultimi mesi grossi passi in avanti sono stati fatti: direzione sanitaria autonoma su Lugo, ripristino di diversi primari e nomina di nuovi primari, attivazione di servizi qualificati e all’avanguardia nella nuova Palazzina D, riavvio dell’attività chirurgica e l’attuale ampliamento del Pronto Soccorso. Credo che per il futuro dovremmo spingere per qualificare ulteriormente le vocazioni distintive dell’Umberto I all’interno della rete ospedaliera della Romagna».

Un auspicio per il 2022?
«Che si torni ad investire di più e meglio sulla sanità pubblica, soprattutto a livello nazionale. Le risorse previste nella Legge di Bilancio temo non bastino nemmeno a ripianare le sofferenze generate sul Ssn in questi due anni. Dobbiamo finalmente capire come la salute debba essere al primo posto dell’agenda politica, perché senza salute non è possibile immaginare nessuna forma di sviluppo sociale, economico e ambientale. E poi mi auguro davvero che si torni tutti a ragionare come comunità e non come singoli individui, altrimenti non avremo imparato niente da questa pandemia».

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