Lugo, Rinaldi e i bambini dei “treni della felicità”

Autore con il regista Alessandro Piva, di un progetto di ricerca di storia orale divenuto il cortometraggio “Pastanera”, l’antropologo e videomaker foggiano Giovanni Rinaldi ha fatto nascere da questa lavoro nel 2009 il reportage narrativo “I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie”, ricostruzione di alcuni aspetti della storia di bambini del sud in gravi condizioni economiche, che furono affidati (per mesi o anni) a famiglie contadine del nord, comprese molto famiglie romagnole, per iniziativa dell’Udi e del Pci.

Il progetto ha portato ora alla realizzazione di “C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia”, edito da Solferino. Il volume viene presentato oggi dalle 21.15 al Chiostro del Monte per la rassegna “La storia siamo noi” (ingresso libero, diretta Facebook).

Alla domanda su cosa l’ha portato a questa realizzazione l’autore risponde con la citazione su quanto gli venne detto vent’anni fa, proprio in Romagna, alla Biblioteca di Lugo da «due donne eccezionali, Irma Siroli e Ida Cavallini: noi donne non abbiamo mai smobilitato. Venivamo dalla Resistenza e affrontavamo un’altra resistenza, lottavamo contro la miseria… E così ospitammo i bambini del Meridione e i bambini del Polesine. Le nostre organizzazioni, l’Udi, il Partito, le Camere del Lavoro, erano sempre presenti. Ma il compito dell’accoglienza ai bambini fu solo l’inizio. Ci fu la lotta per gli asili, poi abbiamo voluto le scuole a tempo pieno, poi abbiamo voluto il centro ricreativo estivo e le colonie. Sono state lotte dure, ma le abbiamo condotte e vinte».

Rinaldi, che cos’erano i “treni della felicità”?

«Il movimento “Per la salvezza dei bambini d’Italia”, come fu chiamato nei numerosi comitati sparsi per l’Italia, nacque a Milano, dalla fantasia e dalla passione di Teresa Noce, che fece parte della Costituente, e fu organizzato dalla nascente Unione donne italiane (Udi), erede dei Gruppi di difesa della donna – nati all’interno della lotta partigiana – e promosso in tutta Italia dal Pci dal 1945 al 1952. Decine di migliaia di bambini furono ospitati e accuditi dalle famiglie contadine e operaie della Toscana, delle Marche, dell’Emilia-Romagna, del Veneto e della Lombardia, presso le quali vennero rivestiti, curati, mandati a scuola. La definizione di “I treni della felicità”, sintetizzava la difficile scelta dell’allontanamento dei bambini dai loro affetti e, insieme, la felicità della loro restituzione alle famiglie, dopo aver conosciuto nuovi affetti e sentimenti. La felicità negli occhi di quei bambini, nel guardare al futuro con minor paura e più fiducia».

Perché ha scritto che è anche «il ritratto di un’Italia popolare eppure profondamente nobile»?

«Questo movimento fu espressione di un’Italia che si sostituiva alle istituzioni, organizzando dal basso nuove forme di società solidale e gestione collettiva della cosa pubblica. La politica diventava lo strumento collettivo, necessario e pragmatico per costruire il bene comune. Fu anche occasione per scoprire, come scrisse Miriam Mafai, “una solidarietà possibile tra Nord e Sud, tra operai e contadini, un conoscersi tra gente che aveva vissuto in modo diverso le atrocità della guerra, il superamento da una parte e dall’altra di antiche incomprensioni e diffidenze, un entrare in contatto di mondi diversi: il mezzadro emiliano e il sottoproletario meridionale, con lo stabilirsi di rapporti di fraternità che resisteranno nel tempo”».

Qual è l’importanza di ricordare, nella situazione presente, questa che fu «un’incredibile espressione di solidarietà… non fu priva di ostacoli»?

«Ho incontrato e ascoltato centinaia di testimoni, cominciando dalle storie dei braccianti del Tavoliere di Puglia, la mia terra. Ognuna di queste storie, però, rimane unica in sé, originale, resistente all’omologazione e all’appiattimento di un’analisi superficiale. Ogni bambino, con gli altri, ha vissuto una grande storia collettiva, ma anche affrontato la sua specifica storia personale, che conserverà nella memoria per sempre. Testimoni che, nel raccontare, sembrano voler buttare fuori, dai meandri oscuri della propria memoria, i frammenti di vita che sentono essenziali, determinanti per il proprio percorso autobiografico. Come a voler dire che, nell’oscurità da cui tutti sentivano di provenire, c’è stata una luce, un’esperienza, alcune persone, un modello di società, che ha mostrato loro la possibilità di un futuro migliore».

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