Lugo, molestie sessuali sul lavoro, ma non può tornare a fare la volontaria

Passato l’incubo delle molestie sessuali subite sul posto di lavoro, voleva ricominciare a offrire il suo contributo come volontaria. Ma la Pubblica Assistenza di Lugo ha respinto la sua richiesta. Il motivo? Proprio a causa della denuncia che la ragazza sporse nel 2019, costata lo scorso novembre la condanna a 3 anni a un suo superiore, all’epoca membro del consiglio di amministrazione dell’Ente e conosciuto pure tra le fila dell’Ausl in quanto autista di ambulanze con ruoli anche nel sindacato. In pratica – questo è il succo della risposta alla sua richiesta – non essendo ancora divenuta definitiva la sentenza, il vertice dell’associazione considera «ancora aperta la vertenza legale», nella quale è «coinvolta in veste di denunciatore». Dunque per «onestà intellettuale», il presidente declina l’offerta sostenendo che per ora non sia possibile accettare la sua domanda.


Molestie sessuali al lavoro

La risposta è del 7 marzo scorso, alla vigilia della Festa della Donna. Ma l’episodio denunciato risale al 17 giugno di tre anni fa. La giovane, all’epoca appena entrata nella Pubblica assistenza durante il servizio civile, si scontrò con le avances di Gabriele Mauro, 62enne di origine bolognese ma residente nella Bassa Romagna.
Dopo avere subìto le sue attenzioni, la nuova arrivata aveva reagito e aveva avuto il coraggio di denunciarlo, facendo emergere, nel corso del successivo processo altri due casi di molestie sessuali.
Stando alle accuse della giovane, ritenute fondate dai giudici di primo grado, quel giorno il 62enne si sarebbe avvicinato a lei all’interno della sede dell’associazione, fingendosi impegnato in una telefonata. Avrebbe palpeggiato nelle parti intime la giovane, per poi riuscirci una seconda volta, dopo averla afferrata alla vita, nonostante lei avesse cercato subito di allontanarsi. La vittima si era rifugiata negli spogliatoi, restandoci fino all’inizio del proprio turno, svolto senza aprire bocca. Poi però aveva trovato la forza di confidarsi con la madre, la quale aveva immediatamente parlato con il presidente della Pubblica Assistenza, Giovanni Lizza. Si tratta dello stesso dirigente che due giorni fa ha firmato la lettera recapitata all’aspirante volontaria per respingere la richiesta di riprendere il servizio. All’epoca dei fatti, fu proprio lui a chiedere al 62enne di auto-sospendersi da ogni carica. Lo ha detto durante il processo, quando è stato chiamato a deporre come testimone.


“Vergogna”

La sentenza, lo scorso 23 novembre, è arrivata dopo meno di un quarto d’ora di camera di consiglio, al termine del quale i giudici Cecilia Calandra, Federica Lipovscek e Cristiano Coiro hanno condannato il 62enne anche all’interdizione ai pubblici uffici per 5 anni, con divieto perpetuo di ricoprire ruoli di tutela, oltre a provvisionali di 15mila euro per la vittima e 5mila per il «discredito arrecato all’Ausl».
La volontaria si era costituita parte civile con l’avvocato Giovanni Scudellari. Che ora, interpellato per commentare l’asserita “onestà intellettuale” menzionata nella lettera per rigettare l’offerta della volontaria, è lapidario: “L’unica parola adatta è vergogna”.

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