Lugo, “la nostra vita al drive through, tra chi ci insulta e chi ci chiama angeli”

Sono le otto di mattina quando con le loro due automobili arrivano e parcheggiano al Drive through dell’ospedale di Lugo. Giusto il tempo di scendere per scambiarsi uno speranzoso sorriso a distanza, e da quel momento le loro sagome saranno protette da maschere, caschi, guanti e tute speciali. Inizia così la giornata lavorativa di Milena e Ruslana, due delle infermiere che quotidianamente eseguono centinaia di tamponi molecolari alla ricerca del Covid-19. Ogni giorno da Imola arriva Milena, che è lì da quel lontano aprile 2020 in cui entrò in funzione quella struttura, mentre Ruslana, nata in Ucraina e residente a Lugo, arrivò solo qualche mese più tardi, in agosto. Sono loro che chiedono a centinaia di persone di abbassare il finestrino e la mascherina sotto al naso, e infine di sopportare qualche secondo. Ci siamo fatti raccontare la loro esperienza, tra routine ed emozioni.

Al lavoro dopo la nottata in cui sono apparse le scritte no vax sui teloni esterni

Milena e Ruslana, descriveteci la vostra giornata tipo?

«Iniziamo con la preparazione e la vestizione, che può durare anche una trentina di minuti, e poi cominciamo il nostro turno di sei ore, quello mattutino. In realtà nel pomeridiano capita che i tempi si allunghino, perché arrivano i pazienti inviati dai medici di base e quindi dobbiamo stare lì fin quando arriva gente».

Cosa pensate ogni volta che vedete la vostra immagine riflessa sui vetri e le carrozzerie delle auto che si fermano da voi?

«Vediamo l’immagine di una persona che sta svolgendo una prestazione sanitaria per aiutare la collettività e fare fronte all’ emergenza, pensando e sperando che forse domani andrà meglio».

Travestite così qualcuno vi ha mai riconosciuto?

«Assolutamente no. È più facile il contrario».

Avreste mai immaginato di dovervi vestire così per arginare una pandemia?

«Non pensavamo potesse concretizzarsi uno scenario del genere, qualcosa che prima di allora avevamo visto solo in qualche futuristico e catastrofico film».

Ci sono stati dei momenti duri in cui avete pensato, anche solo per un istante, “io mollo, non ce la faccio più”?

«Momenti duri molti, ma nessuno ci ha fatto pensare di lasciare: questo lavoro lo fai se sei predisposto verso il prossimo e ti gratifica aiutare gli altri. Il carattere e la formazione scolastica ti portano a non mollare mai».

C’è invece qualche episodio bizzarro che ricordate più di altri?

«Di eclatanti no. Forse i momenti più simpatici, perché sono davvero momenti in termini di tempo, sono quelli con i bambini: arrivano piangendo e vanno via felici e sorridenti. A dir la verità è merito dei loro genitori che gli promettono regalini in cambio di quei pochi secondi di tranquillità e accondiscendenza».

Ci saranno stati anche degli episodi spiacevoli?

«Purtroppo sì. Dalle persone che ci hanno trattato male, anche con qualche velato augurio di morte, a quelle che ci hanno offeso. Certamente sono casi isolati, che però ti feriscono, anche se i nostri visi mascherati non lo lasciano intravedere. Tuttavia l’episodio più grave è stato quello dello scorso dicembre, le scritte ingiuriose sulle pareti della nostra struttura. Quella mattina ci è un po’ crollato il mondo addosso: uno sfregio a quel simbolo, ma anche a noi che ci lavoriamo e soprattutto alle centinaia di persone che vi si recano ogni giorno».

Ultimamente quelle persone sono diventate migliaia, creando file davvero consistenti; in quei giorni tra colpi di clacson e auto incolonnate voi cosa avete pensato?

«Ci siamo rimboccate le maniche. Purtroppo era l’inizio di una nuova ondata di contagi e quindi non potevamo fare altro che prenderne atto e andare avanti. Generalmente in poco più di 1 minuto riusciamo a fare un tampone, anche se con i bambini la tempistica può raddoppiare. L’azienda sanitaria si è subito adoperata per risolvere questa problematica e da lunedì scorso è stata predisposta una nuova linea che velocizzerà ulteriormente le procedure».

Qualcuno di quelli che stavate tamponando, vi ha mai omaggiato di qualcosa, anche solo di belle parole?

«Certo, è capitato. I ringraziamenti sono davvero tanti, poi qualcuno arriva a definirci degli “angeli”. Tornando con i piedi per terra, ci hanno portato dei fiori, ma anche qualche cioccolatino, che ovviamente possiamo solo sognare di mangiare».

Chiudiamo sdrammatizzando. Voi due, come le altre vostre colleghe, siete considerate da tutti come “le donne che tamponano chi è in auto”; dite la verità, vi è successo anche girando per strada?

Sì, è capitato anche a noi. Fateci ridere e scherzare un po’, ne abbiamo bisogno, come tutti».

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