Cinque stanze per raccontare adolescenza e formazione di Gioachino Rossini nella casa paterna di via Rocca dove il celebre musicista visse dal 1802 al 1804, inaugurata il 24 ottobre con un nuovo allestimento realizzato dall’artista Claudio Ballestracci.

Ballestracci, quale novità ha rappresentato questa inaugurazione per Lugo, dove Rossini divenne “prodigio musicale”?

«Fin da subito abbiamo scartato, di comune accordo con l’Amministrazione, l’ipotesi di un nuovo “Museo Rossini” a tutto tondo. Scegliendo, invece, di metterne a fuoco l’adolescenza. Iniziò proprio qui gli studi di musica, con i fratelli Malerbi. È questo il fulcro del museo ed è anche il punto di fuga del suo lungo, mirabolante viaggio musicale: un’avventura che ho cercato di rappresentare visivamente. Ma tornando a Lugo e allargando lo sguardo al territorio, appare evidente come la modesta casa di via Rocca sia soltanto l’epicentro simbolico: punto di ricognizione di un museo molto più vasto, disseminato nel tessuto urbano e negli immediati dintorni. Lo evidenzia bene la grande mappa ottocentesca che si contrappunta con il tavolo della “Stanza della mappa”. Il visitatore è, così, invitato a spaziare dalla piccola città di provincia e il suo circondario all’Italia intera fino a raggiungere le grandi capitali d’Europa. Il grande musicista è connesso con il mondo intero, eppure qui lo si avverte presente, insieme con noi. La domesticità – un’aura che mi auguro si percepisca ancora in ciascuna delle quattro stanze da me “preparate” – mira a mettere in luce la trama invisibile e indivisibile della vita di questo giovane uomo e futuro grande artista».

Perché si può definire una vera “Casa della musica”?

«Il piccolo museo può diventare anche per la cittadina di oggi uno straordinario “trampolino culturale” proprio nel segno della musica di Rossini: facendosi strumento virtuoso – è il caso di usare questi termini –, il museo potrebbe segnalare ciò che significa per chi è molto giovane trovare terreno fertile dove potersi formare per poi iniziare l’avventura nel grande mondo».

Come si dipana iI percorso museale?

«Attraverso quattro stanze, lungo un camminamento che offre l’agio di soffermarsi a ogni stazione per guardare e, insieme, ascoltare e scoprire la vita e l’opera in perenne crescendo di un Rossini insolito. La forma teatrale, terreno privilegiato del maestro, è qui assunta a paradigma dell’esposizione. Lungo un breve corridoio, il racconto biografico accompagna alla “Stanza del prodigio”. Ho subito pensato alla Stanza come a un preludio: strettamente legato all’epoca di Rossini a Lugo e prodigioso per l’età del compositore, dodicenne. È il motivo per cui ho voluto trattenere e sviluppare nella prima stanza della casa questo “germoglio” della sua adolescenza, la prima delle “Sei sonate a quattro”. Aprendo uno dei quattro libretti – ideali spartiti appoggiati su quattro leggii al centro della sala – prende avvio la linea melodica corrispondente, mentre la partitura di riferimento s’illumina in grande formato sui pannelli alle pareti. Quando tutti gli “spartiti” siano aperti, la composizione risuona per intero e, d’incanto, ci si trova avvolti visivamente, fisicamente dalla musica. Al primo piano, nella “Stanza della mappa”, una distesa di cupole in cristallo, disposte sulla superficie sinuosa di un ampio, lungo tavolo, disegna la grande mappa delle “geografie” di vita e lavoro del maestro. Non appena si sollevi una campana, ne scaturiscono le note intese a restituire la cifra musicale dell’intera composizione prescelta. Dirimpetto, nella “Stanza della risonanza”, una folata di parole sussurra ciò che scrittori, filosofi, musicisti, scienziati di tutto il mondo hanno detto di Rossini. Parole che trovano naturale riscontro nella libreria sospesa, offerta alla consultazione».

Una casa dove le stanze e anche la cucina sprigionano musica.

«Mentre, nel contempo, appaiono in scena squisitissime vivande, qui messe in pittura da Massimo Pulini. Il museo è luogo d’incontro, di contatto anche fisico tra oggetti d’arte diversi, scultura, pittura, musica, in dialogo l’uno con l’altro e con i visitatori. Non è necessario “aumentare” alcuna realtà, peraltro facendole torto. È sufficiente allestire una circolarità che coinvolge spazi, oggetti (in questo caso creati appositamente, ma non sempre dev’essere così) e persone, ciascuna con la propria capacità di sentire e capire. Rossini si rivela qui un perfetto padrone di casa, al quale ho cercato semplicemente di spianare la strada per consentirgli di dialogare con chi vuole conoscerlo a un secolo e mezzo di distanza. Per questo possiamo parlare di un museo non già multimediale, bensì polifonico, in cui s’intrecciano voci, musiche, arti diverse, a fondersi in un’unica realtà offerta all’esperienza».

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