Avrebbe dovuto amministrare il patrimonio del marito, esercitando in qualità di amministratore di sostegno la funzione di pubblico ufficiale. Invece si sarebbe approfittata della possibilità di accedere al conto corrente del coniuge per prosciugarlo a furia di assegni a favore di uno dei due figli, privando l’altro dell’intera eredità. È questa la sintesi brutale di una manovra da 220.500 euro compiuta in appena quattro mesi tra ottobre 2015 e febbraio dell’anno successivo, costata l’accusa di peculato e falso per una donna lughese. Per lei si è aperto ieri il processo davanti al collegio penale presieduto dal giudice Antonella Guidomei. A farle compagnia al banco degli imputati, accusato di ricettazione, riciclaggio e appropriazione indebita, c’è anche il figlio che beneficiò delle cospicue somme di denaro soffiate di nascosto al padre (entrambi sono difesi dall’avvocato Gabriele Valentini). E per chiudere la cornice di questa singolare vicenda familiare non manca anche il fratello di quest’ultimo, costituitosi parte civile e tutelato dai legali Matteo Olivieri ed Elena Fenati.
Un “vaso di Pandora” sotto le sembianze di un ricco conto corrente, quello scoperchiato dal figlio rimasto escluso a sua insaputa dalle laute donazioni della madre. Ne aveva avuta contezza solo alla morte del padre, al momento di esaminare gli ultimi movimenti di un conto in banca letteralmente azzerato.

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