Classe 1995, un carattere forte e un volto che certamente non si può dimenticare: Andrea Carpenzano è, nonostante la giovane età, uno degli interpreti del cinema tra i più amati sia dal pubblico, sia dalla critica. Originario di Lugo, nel ravennate, ne ha già fatta di strada: ha infatti esordito sul grande schermo appena ventenne, con Tutto quello che vuoi, commedia agrodolce dove vestiva i panni di un giovane turbolento ma di buon cuore. Dopo l’esperienza televisiva di Immaturi. La serie, la consacrazione è arrivata con “La terra dell’abbastanza”, un intenso dramma ambientato nella periferia romana: il suo Manolo ha affascinato tutti.
Lo contattiamo in questo periodo non certamente tra i più rosei; l’emergenza Covid-19 ha messo in ginocchio il mondo intero, compreso il settore della cultura e dello spettacolo. Con Andrea abbiamo parlato, oltre che dei suoi esordi e dei suoi successi, anche di questo.
Andrea, partiamo proprio dagli esordi: perché ha scelto il mestiere di attore?
«In realtà non è che la mia sia stata una scelta già stabilita: non sono mai stato un bambino con i sogni nel cassetto, non ho mai avuto particolari ambizioni. Non sognavo ma mi piaceva osservare la realtà che mi circondava e di tanto in tanto filmavo quello che vedevo. Posso dire che non avrei mai pensato di fare l’attore, eppure ora eccomi qui».
Cosa significa essere attore per lei?
«È un dare e un avere senza presunzione. È un cercare di mettere la propria sensibilità al servizio degli altri».
Se le dico “Tutto quello che vuoi” cosa le viene in mente?
«Penso a Francesco Bruni, professionista serio e persona di buon cuore, forse la migliore che conosca in assoluto. Devo reputarmi fortunato per essere stato scelto per quel set meraviglioso».
Com’è cambiata la sua vita dopo quel film?
«In realtà non più di tanto; sono sempre rimasto lo stesso. Se prima compravo dieci birre, ora compro tre bottiglie di vino rosso. Per il resto mi evolvo sempre, esattamente come tutti; non siamo mai gli stessi di ieri».
“La terra dell’abbastanza” è stato apprezzato da critica e pubblico, perché secondo lei?
«È un film con poca retorica in cui emergono una forte sensibilità, la cura delle immagini e una sceneggiatura ben scritta: non accadeva da tanto tempo di vedere un film di questo tipo».
Ha qualche cosa in comune con questo suo personaggio?
«Beh, ogni personaggio ha qualcosa di me: sono sempre io a interpretarli ma ogni volta c’è qualche sfumatura diversa».
Un altro ruolo molto intenso è stato quello ne “Il campione” in cui interpreta Christian Ferro. Che tipo di giovane è, e che cosa le ha lasciato il suo personaggio?
«La possibilità di trovarmi in una situazione diversa dalla mia: emergere e sognare. Amo i sognatori perché sono qualcosa di molto lontano da me ma li stimo moltissimo».
Lei è romagnolo, di Lugo precisamente. Che cosa rappresenta per lei questa terra?
«Ogni anno vado a Fusignano dove ancora vivono i miei nonni. In Romagna ho tutti i miei ricordi d’infanzia, come quello di mio nonno steso sul divano di casa che guarda il Giro d’Italia mentre si addormenta. I romagnoli sono folli, sono liberi e senza filtri: sono amabili per questo. Tornare dove sono nato mi fa stare bene, mi fa sentire in pace con il mondo».
Stiamo vivendo giorni molto difficili, lei come sta trascorrendo le sue giornate?
«A casa con mio padre in 50 metri quadri, con mia zia che abita davanti a noi. Il mio tempo passa facendo finta di fare sport, sorseggiando vino e scrivendo quello che mi passa per la testa».
Andrà tutto bene?
«Ne usciremo perché la nostra sanità è tra le migliori. Con l’aiuto di tutti ce la faremo, anche se la strada sarà lunga temo. Ho tuttavia un’altra visione rispetto a quella comune, ovvero che saremo molto peggio di prima; appena ci sarà possibile, ci ritufferemo più di prima nella frenesia della vita, aggregandoci ancor di più, alimentando l’inquinamento e cercando di dimenticare questa brutta tragedia che ci sta affliggendo».

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