Luce e gas: salasso da 13 milioni per la sanità romagnola

«Rischioso per il bilancio di Ausl Romagna? Certamente, nella misura in cui i soldi spesi per le utenze non vengono destinati ad altro».

Il caro energia di luce e gas arriva anche in ospedale, sfonda i maniglioni antipanico dei presidi dell’azienda sanitaria romagnola: per il 2022 le stime prevedono un incremento di oltre 13 milioni rispetto al 2021. In altre parole, si stima una spesa per luce elettrica, riscaldamento, acqua e gas accresciuta rispetto all’anno scorso del 52%. Tiziano Carradori, direttore generale di Ausl Romagna, non ha dubbi nell’indicare come «unico e indispensabile» strumento di sostegno un finanziamento pubblico destinato alla sanità. «Non facendolo – afferma- è inevitabile che si produca un disavanzo».

In numeri

Nella loro freddezza, le cifre hanno la capacità di descrivere in maniera realistica le circostanze. Nel 2020, l’anno che passerà alla storia come “quello del Covid”, la spesa totale per le utenze è stata di 23 milioni e 76mila euro, nel 2021, quando si era segnalato già un aumento pari all’11%, il costo sostenuto dall’azienda sanitaria per le bollette è stato pari a 25 milioni e 676mila euro. Quest’anno, invece, si stima una spesa pari a 39 milioni e 50mila euro. Numeri che accorpati raccontano un aumento in due anni del 69%.

«Ogni milione che mettiamo nelle bollette – ricorda Carradori – è un milione tolto alla cura dei pazienti, alla ricerca, alla crescita della nostra sanità».

La riflessione, inoltre si allarga presto alle condizioni di partenza del Servizio sanitario nazionale, che anche prima del caro energia con cui si è aperto il 2022 era «sotto finanziato». Carradori rammenta infatti i disavanzi già prodotti dall’incremento di spese generato dal Covid, «che ci aspettiamo di colmare con finanziamenti nazionali. La stessa misura – sottolinea – che può venire in soccorso per l’aumento odierno dei costi». A proposito, Carradori si dice in disaccordo con la tesi di chi sostiene l’opportunità di addossare il pagamento delle spese per il ricovero ospedaliero per Covid a chi non si è vaccinato. «Si deve puntare sull’educazione e la prevenzione. Altrimenti le cure gratis sarebbero da riservare solo a chi ha stili di vita corretti e salutari».

L’Italia, del resto, si conferma ancora oggi come uno dei Paesi dell’Europa occidentale con la più bassa spesa pubblica pro capite per la sanità. «Stimando la spesa in circa 2.900 dollari a persona, mediamente gli Stati europei investono 1.500 dollari in più a persona. In Germania sono 2.800 dollari in più, in Olanda 2.400, in Svizzera, pur essendo uno Stato con un importante regime privatista basato sulle assicurazioni, si spendono 1.500 dollari in più e in Inghilterra 1.400. È di facile intuizione che non è pensabile contrarre ulteriormente l’investimento statale nella sanità. O meglio, bisogna chiedersi quale tipo di servizio sanitario vogliamo offrire, e in base alla risposta, stabilire i finanziamenti». In questa operazione, però, sottolinea, è necessario tenere conto che «se si inizia a discutere di razionalizzazione, in realtà si corre il rischio di entrare nel razionamento, che è ben altra cosa».

«Il fallimento della società»

Ampliando il ragionamento, Carradori ricorda che la sanità non è l’unico servizio pubblico a piangere per foraggiamenti scarsi rispetto al fabbisogno. «La scuola? – si chiede – L’istruzione rappresenta il futuro, ma non mi pare che versi in condizioni migliori. Però spendiamo miliardi in ambito militare, e oggi si ipotizza che ne dovremmo spendere di più. Bisogna fare scelte allocative: vogliamo puntare sul futuro dei nostri figli o nella nostra salute? Allora bisogna rivedere le spese. Da ragazzo ero convinto che nella società del futuro ci sarebbero state meno disuguaglianze, invece il divario tra ricchi e poveri è aumentato. Questo testimonia che abbiamo fallito».

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