Luca Ravenna, “568” risate alla Rocca Malatestiana

Fa ritorno a Cesena Luca Ravenna, fra i comici di stand-up più lanciati. A febbraio tenne una “serata segreta” al Palazzo del Ridotto; stasera alle 21 affronta un one man show “aperto” alla Rocca Malatestiana, già esaurita. Presenta “568”, titolo che attinge alla sua mania dei numeri trasmessagli da mammà.

Nato a Milano nel 1987, da anni vive a Roma dove ha frequentato la Scuola sperimentale di cinematografia. L’anno scorso ha fatto parte del cast della prima stagione di Lol trasmessa su Amazon Prime Video; pur non avendo brillato, quella esibizione lo ha lanciato ancora di più.

Cominciamo dalla Romagna Luca; nel febbraio 2020, alla vigilia della chiusura dei teatri, fu a Cervia; a febbraio si è esibito a Cesena; altri ricordi della Romagna?

«Purtroppo ci sono capitato solo per lavoro, ma posso dire che la “serata segreta” di febbraio mi ha portato nuovo materiale, utile come base per costruire il mio attuale e nuovo “568”».

Qual è il filo conduttore?

«È la prima volta che faccio uno spettacolo aderente alla mia età. Nel senso che scherzo sui cosiddetti giovani di cui non faccio ormai più parte, e affronto una specie di viaggio sia nelle mie esperienze, sia in cose che vivo ogni giorno».

Può entrare nel dettaglio?

«Parlo del fatto che a 34 anni non ho idea di quale sia la mia collocazione politica, perché mi sembra che in Italia la politica sia un tema difficile su cui ironizzare, considerando che viene detto tutto e il contrario di tutto. Partendo da ciò, immagino un viaggio su un treno regionale fatto da un editorialista di Repubblica (Michele Serra, ndr) che si trova a confronto con le idee di cui parla e la vita vera. Ricordo una serata a Sabaudia in una roccaforte un po’ fascista, l’Agro pontino un po’ così è, e di come sul palco mi sono reinventato. Poi parlo ironicamente della cosiddetta musica trap».

Ha realizzato una serie web su Repubblica, è autore di trasmissioni come “Quelli che il calcio”: come è arrivato al palcoscenico?

«Ho sempre provato un fascino innato per il palco, ma non pensavo, né sapevo, se sarebbe stata la cosa giusta da fare. Non appena ho avuta la possibilità di salire, otto anni fa, non ho più smesso, intanto la stand-up è cresciuta molto in questi anni. Scrivere è ovviamente la base, ma stare sul palco è la punta dell’iceberg».

A cosa le è servita la Scuola di cinematografia?

«Mi ha forgiato soprattutto dal punto di vista della scrittura, avere basi legate alla sceneggiatura, alla scrittura, mi è stato utilissimo come autore della mia stand-up. Perché sul palco sono un po’ come un cantautore che se la scrive e canta da solo, per rendere il punto di vista personale. La soddisfazione di portare le tue cose sul palco è grande».

Quindi la stand-up soppianta anche gli autori di testi per comici?

«In un certo senso è così perché, a differenza del cabaret classico che fa della maschera il suo punto di forza, nella stand-up il punto di forza è molto più legato al punto di vista specifico del corpo. Così se nel cabaret racconti del traffico o della suocera, nella stand-up dici quello che è il tuo traffico nella tua città alla tua ora. È un genere legato ai cambiamenti del nostro tempo e generazionali. Ha preso il sopravvento allo stesso modo del rap; all’inizio si pensava sarebbe stato di nicchia, poi è diventato di interesse comune, perché tutto cambia e tutto cerca di aderire alla realtà che ci sta intorno».

La “scena muta” di “Lol” cosa le ha insegnato?

«Ne ho tratto grandissimo vantaggio; mi ha messo a contatto col mondo mainstream, diverso dalla nicchia in cui mi muovo normalmente, mi ha permesso di avere a che fare con pezzi da novanta del divertimento e della narrazione comica, e sicuramente mi ha portato molto pubblico in più. Insomma, mi ha aperto nuove porte».

Ha fatto la Scuola di cinema, non dica che non sta pensando di scrivere anche un film.

«Ammetto che il cinema mi interessa tanto, spero di potermi confrontare, in “568” prendo in giro anche il mondo del cinema, ma su una mia sceneggiatura sono molto scaramantico e non dico niente».

Ci dica allora i suoi modelli, e poi cosa la fa ridere?

«Mi sono nutrito di Zelig, della tivù della Gialappa’s, della scuola romana di Dandini e Guzzanti. Sicuramente Aldo Giovanni e Giacomo e Woody Allen sono i miei idoli, come loro pochi altri. Cosa mi fa ridere? La gente che cade per terra!».

Info: 339 2140806

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