<<Questo album – scriveva Lou Reed – è stato pensato per venire ascoltato da seduti e senza interruzioni durante i suoi 58 minuti, come se si trattasse di un libro o di un film>>. Reed era perfettamente consapevole che “New York” – di cui è disponibile ora la deluxe edition (3 cd, 2 lp, 1 dvd): l’originale rimasterizzato, tracce inedite e un videoconcerto – sarebbe diventato uno dei dischi più importanti della sua carriera e un vero e proprio spartiacque nella sua opera. E questo perché le canzoni dell’album sembravano sprigionare una nuova consapevolezza sociale, politica e letteraria che finiva con l’affrancare l’artista americano dal ruolo di cantore del “lato selvaggio” dell’esistenza.

“New York” (1989) si presentava come un concept album, in cui la denuncia sociale riusciva a coniugarsi con la poesia [“Pedro vive accanto al Wilshire Hotel/ Guarda fuori dalla finestra senza vetri/ I muri sono di cartone/ Ha dei giornali sotto i piedi/ E suo padre lo picchia/ Perché è troppo stanco per mendicare/ Ha nove fratelli e sorelle/ Tirati su e sottomessi/ È difficile correre quando hai segni di frustate sulle gambe/ Pedro sogna di essere più vecchio/ E di uccidere suo padre/ Ma è una cosa improbabile/ E va a finire nel lurido viale” (Dirty Blvd); “C’è una checca di downtown che canta ‘Proud Mary’/ Mentre sfila per Christopher Street/ E qualche checca del sud/ Sta facendo un gran casino/ Tra il molo e i bassifondi/ Questo Halloween è qualcosa di cui essere certi/ Specialmente l’essere qui senza di voi/ C’è una Greta Garbo e un Alfred Hitchcock/ E qualche stallone giamaicano/ Ci sono cinque Cenerentole/ E alcuni travestiti in pelle/ C’è mancato poco che vedessi me” (Halloween Parade); “Un crocefisso di diamante come orecchino/ Che serve per fronteggiare la paura/ Di aver lasciato l’anima nella macchina noleggiata di chissà chi/ Nei pantaloni nasconde uno straccio/ Per pulire lo schifo che ha lasciato nella vita della snella Juliette Bell” (Romeo Had Juliette)], dando vita ad una raccolta di “short stories” che raccontavano la cruda realtà di una città irrimediabilmente malata, tra rabbia, ingiustizia, politica, droga, povertà e disillusione. Arte urbana del Ventesimo secolo in grado di scalare le più aspre vette della poesia rock, anche grazie alla capacità del musicista newyorkese di fornire al tessuto verbale l’ambientazione più adeguata, facendo viaggiare insieme, e nel modo giusto, il ritmo dei testi e le melodie.

Nessun orpello, nessuna nota “tanto per metterla” caratterizzava i quattordici brani di “New York”: solo una strepitosa reinvenzione della formula basso, batteria e chitarra. Una musica nuda e pungente dove quello che contava era l’aspetto timbrico, i “colori”, l’elettricità, l’attitudine a rivestire di significato anche una schema accordale convenzionale. Esempio di come la ricerca di un’economia sonora e vocale (un canto, quello dell’ex Velvet Underground, “realista”, vicino al parlato, senza acrobazie vocali, che acquistava significato grazie al colore e all’inflessione della voce…) non significasse per forza rinunciare alla ricchezza espressiva.

“Bisogna dire, alla fine, che, a dimostrazione della sua modernità, in ‘New York’ risuonano spettri di personaggi ancora oggi attuali: quello di Rudy Giuliani (allora un rampante procuratore federale) e quello della famiglia Trump in Sick Of You; lo sparo fatale della polizia a Michael Stewart nel 1983 e a Eleanor Bumpers nel 1984, trent’anni prima di Black Lives Matter” (David Fricke).

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