Se per Fabrizio De Andrè la musica era un tram che porta in giro le parole, per Giampaolo Di Lorenzo il basket è stato il sottofondo di una vita e ora che la palla non rimbalza, c’è un silenzio che sopporta a fatica.
Ospite via skype a “Salotto Tigers”, il tecnico dell’Amadori Cesena ha spaziato a tutto campo.
Coach, quanto mancano l’odore e il clima di un allenamento in palestra?
«Da quando avevo dieci anni, io tutti i giorni penso e vivo di pallacanestro. E visto che ora di anni ne ho quasi 52, per me il basket è tutto un modo di pensare, non è solo l’odore del parquet. Io adoro le cose belle all’interno della partita: non tanto i gesti atletici, quanto un passaggio fatto bene, un movimento senza palla eseguito nella maniera giusta. Si è drogati di questo sport e ora siamo completamente in astinenza. Pensiamo a tutto l’aspetto strategico, alla preparazione di una partita: è tutto un lavoro di creazione, è un qualcosa che in infinitesima parte ci avvicina al nostro Dio, è la gioia di provare qualcosa e vedere che poi in partita funziona. Ora dobbiamo stare chiusi in quattro mura per senso civico ed è giusto così, mentre la testa va e ci chiede di non stare passivi. E allora guardo partite, studio allenamenti, cerco di stare attivo, ma senza la palestra e la partita non è la stessa cosa».
Dopo questo stacco così lungo, a livello mentale si può ripartire o il campionato è andato?
«Sarà tutto uno scoprire, ma a mio parere non sarà così complicato. Una volta entrati in campo, nei giocatori si accendono degli interruttori e si riparte. In fondo 15-20 anni fa c’erano giocatori più liberi mentalmente e si esprimevano in maniera egregia. Forse un minimo vantaggio da questa situazione sarà proprio questo: i ragazzi ripartiranno con tante incognite, ma con la testa più sgombra».
In una pausa così lunga e con distanze obbligate da tenere tra di voi, riuscite a sentirvi ancora una squadra?
«Se abbiamo costruito qualcosa di importante dall’inizio dell’anno, sì, perché ci sono rapporti forti, che vanno al di là di quello che si è costruito dentro uno spogliatoio. Ora penso ad alcuni nostri ragazzi che hanno un rapporto diretto con le zone più colpite dell’Italia: Planezio con Bergamo, Scanzi con Brescia, il mio assistente Belletti con Novara. Ci sono tante persone coinvolte emotivamente: si sentono la sofferenza, la preoccupazione. Quando vivi tutti i giorni gomito a gomito con un tuo collega e ne condividi i sentimenti, allora è lì che nasce la squadra, è lì che nasce qualcosa che ti unisce al di là della partita o dell’allenamento. E anche se in questi giorni non ci alleniamo o non giochiamo insieme, noi siamo una squadra».
Cosa può insegnare un periodo così difficile ai suoi giocatori?
«È un periodo che insegna a tutti. Insegna l’importanza del tempo, insegna la fortuna di avere una passione che è anche un lavoro, insegna la fortuna di essere giovani, almeno per quanto riguarda i miei giocatori. Insegna il privilegio di potere correre e saltare, piccole cose che ad altri purtroppo sono precluse. Spero che tutto quello che sta succedendo ci aiuti a uscirne migliori, facendoci vedere la vita in maniera diversa».
Quando tutto sarà finito, sa già cosa dirà ai suoi giocatori al primo allenamento che riuscirete a fare?
«Mi ricordo la frase di Enzo Tortora tanti anni fa, quando tornò a condurre “Portobello” sulla Rai dopo anni di travaglio giudiziario e accuse che si rivelarono completamente false. È una frase che mi è sempre rimasta impressa».
Cosa disse?
«Dove eravamo rimasti?»

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