Longiano, rifugio anti-aereo: anniversario e ricordi di morte

Sono passati 40 anni dalla decisione di riaprire lo storico rifugio bellico, che è poi diventato un’attrazione e anche uno spazio espositivo. Un galleria che corre sotto il borgo storico, alla profondità di 22 metri dal punto di maggior altezza, che a Natale si riempie di presepi e per Halloween diventa il “tunnel degli orrori”. Il rifugio esisteva già anticamente: forse fu costruito come stalla per animali da lavoro. Quando nel 1944 cominciò ad avvicinarsi il fronte si pensò di allestire un rifugio per ripararsi dai bombardamenti aerei e dai cannoneggiamenti. Si decise di utilizzare la lunga grotta sotto il monte del castello. Ma aveva una sola entrata e sopra l’entrata c’era un il grande palazzo Bianchi. Se bombardato avrebbe ostruito l’uscita alla gente e poteva diventare una trappola. Perciò si decise di renderlo a due uscite, alle due estremità del borgo. Si cominciò a scavare e la terra di riporto venne trasportata con le carriole, allargando la corte di una casa contadina. Si scavò a occhio, con l’aiuto di alcuni uomini tornati da Francia e Belgio, dove avevano lavorato in miniera. Si scavava con il piccone e senza paga. All’inizio di settembre del 1944 il rifugio era pronto. La galleria tufacea attraversa nel sottosuolo l’intero borgo medievale. Può contenere fino a 2.000 persone e la sua volta è separata dalla sovrastante piazza Malatestiana da 22 metri di terreno. I lavori iniziarono dalla Porta del Ponte, per la vicinanza di un’aia in cui trasportare la terra. Il tracciato non è rettilineo, poiché lo scavo fu eseguito senza strumenti di precisione. Ai lati della galleria, sono state scavate 21 nicchie per fornire ai nuclei familiari un minimo di intimità. In una di queste nicchie oggi sono custoditi reperti bellici ritrovati nel territorio. Il rifugio è lungo 98 metri, la parte vecchia è larga 2 metri e alta altrettanto, mentre quella più recente è alta 190 centimetri e larga 180.

Ricordi drammatici

«Io con i miei genitori entrammo nel rifugio a metà settembre – riferisce Giorgio Bettucci, direttore del Museo del Territorio – quando il fronte bellico si stava avvicinando. Eravamo vicino all’entrata principale. Così potevamo uscire subito per asciugare i panni bagnati dall’umidità e per cercare cibo. Il rifugio era pieno di gente di Longiano e sfollati da altre città. La luce era fioca, prodotta con candele. Un sabato sera arrivarono i tedeschi ad avvertirci che dovevamo lasciare il rifugio. Proprio la mattina dopo gli Alleati scatenarono un grosso bombardamento su Longiano. Era il 1° ottobre 1944 e ci furono molti morti: tanti furono colti in giro a cercare rifugio. Anche vari edifici riportarono danni importanti, come il santuario francescano e il teatro Petrella. Altri bombardamenti tragici ci furono il 7 ottobre, quando andò distrutta la caserma dei carabinieri e il palazzo Giannini, oltre a tante case».

La rinascita

Una volta passato il fronte, la grotta venne dimenticata. Poi – prosegue Bettucci – «negli anni Cinquanta la grotta venne presa in affitto da mio nonno che aveva la bottega da falegname nel vicolo di fronte all’entrata da via Santa Chiara. Era di proprietà di Renzo Orlandi, detto Goti, che aveva un’osteria in paese. Mio nonno in quello spazio, che oggi è un parcheggio, vi aveva fatto allora un orto, dove aveva piantato di tutto. Dentro il rifugio c’era un pozzo di acqua che poi nel restauro venne chiuso. D’estate ci teneva acqua fresca e cocomero. Poi il palazzo sovrastante il rifugio fu comprato dal Comune di Longiano. Si trattava del palazzo Bianchi e visto che era malandato il Comune nel 1968 lo demolì, costruendo una grande mura sottostante e l’entrata del rifugio fu chiuso da una parete». Nel 1982 venne l’idea di verificare se il rifugio era riapribile. Dalle verifiche risultò possibile. I lavori iniziarono poi il 20 febbraio 1985, per terminare il 25 aprile, festa della libertà. Si inaugurò l’apertura del rifugio con tanto di corteo e gonfalone, guidato dal sindaco Giuseppe Canali e la banda musicale di Montiano. «Il 20 giugno le entrate furono dotate di due cancelli. Il compito di aprire la mattina e richiudere la sera – conclude Bettucci – fu affidato alla Pina, moglie di Giovanni Bisulli».

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