Lodovico Balducci, il luminare riminese che mette in versi la fede

Lodovico Balducci è un medico di fama internazionale, un vanto per la sua Rimini che infatti lo premiò col Sigismondo d’Oro nel 2002. Ma una volta andato in pensione, nel 2018, si è dedicato alla letteratura pura, ovvero non a ricerche scientifiche o mediche. E, dagli Usa dove vive da decenni e dove ha già pubblicato diverse opere, ora si dedica alla poesia con un nuovo libro dal titolo “Chiaroscuro” per Aletti editore

Come mai questa passione, dottor Balducci?

«È vero. Ho avuto diversi riconoscimenti per i miei contributi medico scientifici. Però ci tengo a precisare che il mio nome non è legato ad alcuna scoperta importante. Sono stato tra i primi a riconoscere il problema del cancro nell’anziano e a proporre la strada da seguire per affrontarlo. Sono orgoglioso del fatto che molti giovani sono coinvolti in questo campo e hanno ormai raggiunto risultati inaspettati e insperabili. A questo punto non avevo più niente da dire e mi sono dedicato completamente a quella passione della mia giovinezza che era la letteratura. Certe volte rimpiango di non aver dedicato tutta la mia vita alla letteratura, ma tutto sommato sono contento che le cose siano andate come sono andate. La medicina mi ha offerto una esperienza diretta della sofferenza umana e dei problemi di relazione che la professione letteraria mi avrebbe costretto a costeggiare».

Ha scelto per questo sue ennesimo libro, la poesia invece della prosa. Come mai?

«Nella prefazione a “Chiaroscuro” ho scritto: “La descrizione del chiaroscuro è poesia, non importa se in prosa o in versi. Il linguaggio poetico fonde immagini sovrapposte, esprime l’intensità dei sentimenti, appiana contraddizioni e ambivalenze e permette di eludere cronologie e ideologie”. La vicenda umana implica la coesistenza di contraddizioni, di ambivalenze e soprattutto di relazioni. Un’autobiografia appare molto più realistica in poesia che in prosa. Naturalmente ci può essere poesia scritta in prosa».

Che tipo di poesia è la sua, come la definirebbe?

«Una domanda che ne implica una più generale: “Cosa è la poesia?”. È noto che alcuni maestri moderni, incluso Eugenio Montale si sono domandati qual è il posto della poesia nella letteratura. La mia risposta potrebbe parafrasare un giudice della corte suprema degli Usa che ha affermato: “Non posso definire la pornografia ma la posso riconoscere quando la vedo”. Allo stesso modo potrei limitarmi a dire “riconosco la poesia quando la vedo”. Ma desidero spingermi più in là. Poesia è un genere letterario che dà una immediata percezione della realtà nella sua interezza, non importa qual è il metro scelto. Nell’“Infinito” di Leopardi la siepe permette al poeta di ritrarre la percezione universale dell’infinito, che invece sfugge a ogni disquisizione filosofica fino a che Immanuel Kant ha gettato la spugna e definito la metafisica “la scienza dei limiti della ragione”. Io mi arrangio come posso ma il mio scopo è convogliare la realtà nella sua interezza, dove il quadrato e il cerchio sopravvivono nella stessa figura. Credo che nel mio stile, “la ragazza Carla” di Elio Pagliarani mi ha particolarmente influenzato».

Le sue opere sono intrise di cristianità. La sua evidente fede, è mai vacillata di fronte alla lotta contro la malattia che ha impegnato tutta la sua vita?

«Nella prefazione a Chiaroscuro io definisco la mia fede “agonica” secondo l’etimologia greca che significa “combattiva” piuttosto che “agonizzante”. Per questo mi conforta leggere Miguel De Unamuno e Simone Weil. Quest’ultima proclama che l’amore più intenso di Dio lo sperimenta la persona che non riesce a credere. Il Dio cristiano vive una relazione tra le persone e l’umanità è invitata a prendere parte a questa relazione. Ora le persone coinvolte in una relazione devono essere distinte l’una dall’altra. Al momento in cui si possiedono la relazione finisce. La relazione è per sua natura dialettica. No, la malattia, la morte e anche la crisi di pedofilia nella chiesa o gli eccessi dei prelati medioevali o rinascimentali non hanno mai messo in crisi la mia fede. Io sono cosciente che il male esiste e che non lo posso spiegare, ma sono cosciente che posso trasformare ogni sofferenza in gioia se unito a Cristo, e questo mi basta. Mi sono trovato naufrago in un mare in tempesta e mi sono aggrappato al salvagente che mi veniva offerto senza domandarmi se il salvagente era stato collaudato. Ho avuto molte crisi religiose e per dieci anni ho praticamente abbandonato ogni pratica religiosa. Credo di essere stato arrabbiato con Dio attribuendogli la colpa dei miei problemi personali. Questa domanda mi permette di affermare la mia ambizione letteraria: trovare un linguaggio che renda la fede congrua alla cultura moderna».

Lei emigrò negli Usa nel 1972. Ha vissuto quindi più all’estero che in Italia. Immagino che oltre a parlare inglese, lei pensi e sogni in inglese. Anche le sue liriche nascono in inglese e poi le traduce in italiano? Quale lingua trova più adatta alla sua poesia?

«Ho cominciato a scrivere in inglese e infatti il mio primo libro “Megalies” (Bugie colossali) è una biografia in inglese, ma ho dovuto convincermi che sono molto più efficiente in Italiano. Il mio “Giobbe” era stato scritto originariamente in inglese ma ha avuto successo solo dopo che l’ho tradotto in italiano».

Lei è considerato il padre dell’oncologia geriatrica, un luminare della medicina e uno dei tanti cervelli italiani che hanno portato all’estero il suo sapere e la sua professionalità. Se fosse rimasto in Italia avrebbe avuto le stesse opportunità?

«In realtà in Italia avevo una carriera medica brillante di fronte a me alla Università Cattolica e l’Oncologia Italiana è molto rispettata nel mondo. Il titolo di “padre della Oncologia Geriatrica” deve essere condiviso con il professor Silvio Monfardini, un oncologo di fama internazionale. Abbiamo appena pubblicato insieme una “Storia della Oncologia Geriatrica”. Se avessi saputo di me stesso quello che ho scoperto venendo in America sarei rimasto in Italia. Io sono partito per l’America per ragioni personali: in quel momento odiavo l’Italia e tutto quello che era relativo all’Italia, inclusa la mia famiglia, la chiesa cattolica e il Papa, perché credevo che l’Italia fosse la causa dei miei problemi. Venendo in America ho scoperto che il problema risiedeva nella mia persona. Prendo questo spunto per dare credito a Claudia, mia moglie, per essere rimasta vicino a me in questo momento molto difficile. Senza il suo amore non credo che sarei mai stato capace di scoprire quanto ho scoperto di me stesso e della crescita che ne è seguita. L’undici settembre dello scorso annoo abbiamo celebrato le nostre nozze d’oro. Non esito a definire il mio matrimonio un “sacramento” cioè un segno materiale della presenza di Dio insieme a noi. E per questo ci tengo a ricordare padre Angelo Serra, il gesuita che era nostro professore di genetica all’università cattolica. Padre Serra ci ha sposato e ci ha assistito nei momenti più critici. È perfino venuto a trovarci in America. I gesuiti sono stati la presenza più importante della mia vita e se dovessi scegliere tra la chiesa cattolica e i gesuiti non esiterei a scegliere questi ultimi. Grazie a Dio non ho più questo problema, visto che Papa Francesco continua a essere gesuita anche da papa, con molto disappunto dei cattolici conservatori, soprattutto in America. Ci tengo però anche a ricordare don Oreste Benzi di Rimini, senza di cui non sarei sopravvissuto alla mia adolescenza solitaria e turbolenta».

Ci racconta in breve come ha vissuto la pandemia in America e cosa ne pensa dei vaccini?

«La pandemia in America ha rappresentato una crisi politica oltre che medica, a causa della presidenza Trump. Trump ha rappresentato l’incarnazione della menzogna e purtroppo molte persone l’hanno seguito. Per questo abbiamo avuto più morti di ogni altro paese al mondo. Ho scritto una “Ode a Donald Trump” in inglese, corretta e lodata da una poetessa americana. Ma è così piena di… oscenità che nessuna rivista poetica americana me l’ha voluta pubblicare. Per quanto riguarda i vaccini, sia Claudia che io siamo stati vaccinati e li raccomandiamo caldamente».

Lei è figlio di due insegnanti riminesi. Come mai nacque a Piacenza? E cosa significa, per lei, la Romagna e Rimini che le ha assegnato 20 anni fa il Sigismondo d’Oro per i suoi grandi meriti?

«Mio padre Carlo Alberto Balducci era riminese doc. Veniva da una famiglia modestissima e si è affermato nella scuola. Oltre ad essere diventato preside del Liceo Classico era considerato una delle autorità culturali cittadine e uno storico rinomato di Rimini. Ho accettato a suo nome il Sigismondo D’oro. Suo nonno Giovanni Balducci ha una via dedicata a lui alla Barafonda perché ne è considerato il fondatore. Mia mamma, Fanny Beltrami, insegnante di lettere al Ginnasio, era originaria di Borgonovo Valtidone (Piacenza) e aveva vinto la cattedra a Rimini dove ha incontrato mio padre. Per evitare i bombardamenti della linea gotica, i miei genitori sono sfollati a Borgonovo dove io sono nato. Ho passato infanzia, adolescenza e prima giovinezza a Rimini e sono impregnato di Romagna. Ne ho assorbito la vitalità culturale, la curiosità innovativa e soprattutto la bonomia che permetteva uno scambio produttivo di idee e di sentimenti. Tra gli amici scomparsi ci tengo a ricordare Franco Bianchi e sua moglie, la dolcissima Lisetta, Maurizio Balena, Gianni Briolini, Giovanni Minguzzi, Roberto Casadio, Alberto Melucci, Sandro Bianchi e Annabella Pulini scomparsa appena ventenne durante gli anni della università. “Io la mia patria or è dove si vive/ gli altri son poco lungi, in cimitero”».

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