Lodi Corazza, vino artigianale nell’Emilia delle tradizioni

Cesare e Silvia Corazza sono nati, come si suol dire, con i piedi nella terra. Fin da giovanissimi hanno vissuto la vendemmia come una celebrazione della vita, rinsaldando il loro legame con il paesino di Ponte Ronca dove si sviluppa l’azienda e apprendendo, un tassello dopo l’altro, la filosofia degli artigiani. Come in tutte le realtà contadine, fare il vino è un processo che è stato tramandato di persona in persona. Ed è ai vignaioli che hanno calpestato l’erba e l’argilla della tenuta dei Corazza che il giovane Cesare ha posto nella vita i suoi primi perché. «Li guardavo, li ascoltavo e imparavo – ricorda –. Ognuno di loro è stato un tassello fondamentale nella mia crescita come produttore. Mi hanno trasmesso il valore del duro lavoro e di come questo ti aiuti a rimanere umile e mi hanno insegnato ad avere rispetto per la natura e i suoi frutti. Il resto l’ho appreso dalla vigna, che ti impone l’arte della cura, della costanza, dell’impegno, dell’attenzione al dettaglio».

Il primo, in famiglia, a decidere che proprio la vigna sarebbe stata la “perla” su cui puntare fu papà Corrado. Ingegnere di professione, negli anni ’70 capisce che il futuro di quella tenuta da 60 ettari non potrà essere la zootecnica. Come tante altre, l’azienda agricola dei Corazza era infatti una realtà mista, con stalle e diverse colture sparse. Ma data la neonata Doc Colli Bolognesi (nel 1975) e quell’area sotto il comune di Zola Predosa particolarmente vocata, Corrado dismette le stalle e le sostituisce con l’uva. Nel 1988, su suo stesso progetto, realizza la cantina, ancora oggi perfettamente in funzione, che comprende 90 vasche di fermentazione e stoccaggio, tra acciaio inox, cemento e legno. «Teniamo molto ad avere contenitori in cemento – spiega Cesare – per la loro capacità termica, ma anche per la totale assenza di sostanze allergeniche. Il legno è utilizzato esclusivamente per microssigenare i vini e renderli, in questo modo naturale, più longevi, colorati e profumati senza aggiungere aromi da legno, ma utilizzando solo uve a grande struttura capaci di resistere agli affinamenti». Solo le frizzantature avvengono in contenitori inox.

Il territorio

Verso la fine degli anni ’90 Cesare e la sorella Silvia prendono in mano le redini dell’azienda. Unendo i cognomi di papà e mamma la chiamano “Lodi Corazza” e danno il via a una storia che oggi riecheggia fuori dai confini nazionali, dove i loro vini sono molto apprezzati. «Ciò che mi interessa prima di tutto quando comincio a produrre un vino – mi dice Cesare – è che rappresenti a pieno il mio territorio». L’Emilia, una terra di sapori e di profumi come nessun’altra. Ultimo comune a Nord della Doc, Ponte Ronca è un luogo magico e Lodi Corazza, affacciata sulla via Balzanese, apre le porte del magico mondo della “Colli Bolognesi”. «La nostra più grande e importante caratteristica sono gli sbalzi termici. Il clima caldo della Pianura Padana viene contrastato dalle correnti freddi che corrono giù da Corno alle Scale. Questo dona uno spettro aromatico molto variegato ai nostri vini».

Mineralità, sapidità, ma soprattutto struttura sono gli elementi che non mancano a queste bottiglie. In particolare, nel loro Pignoletto, «che sta tranquillamente al tavolo – assicura Cesare – con una bella tagliatella al ragù o con un tortellino in brodo».

I vini

Quando si chiacchiera con Corazza dei suoi prodotti il vino non è mai il solo protagonista. Per lui i prodotti della tavola dialogano tra loro. «La tavola, in Italia, è dove si consuma la vita pubblica e privata delle persone. È il luogo dove si prendono le decisioni, dove si parla di cultura e dove sboccia l’amore». E il vino è una delle note di questo spartito del gusto, senza il quale non ci potrebbe essere melodia. «Siamo emiliano-romagnoli. Non ci possiamo fare nulla, il buon mangiare e il buon bere l’abbiamo nel sangue» mi ricorda con quell’accento bolognese che molti scambierebbero per arretratezza di campagna, e che invece ha il profumo di una ventata di aria fresca. Di quell’onestà contadina a cui piacciono le cose fatte bene. Insieme al Pignoletto, la Barbera e il Sauvignon sono gli altri vitigni del cuore per Cesare e Silvia. 80mila sono le bottiglie prodotte ogni anno, tra cui un Orange wine, “Il Dissidente”, che nasce dal desiderio di innovazione e come risposta ai cambiamenti climatici.

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