Lunedì 29 settembre 1913. Siamo in pieno clima elettorale: le elezioni politiche sono fissate per il 26 ottobre. Nel tardo pomeriggio è in programma un comizio nell’atrio del teatro Vittorio Emanuele II, da qualche anno a questa parte tribuna destinata agli oratori.
Sebbene manchi poco meno di un mese all’appuntamento elettorale, l’interesse per il conferenziere di turno è pressoché nullo. In piazza Cavour, lungo il corso d’Augusto e nei punti “strategici” del via vai quotidiano aleggia un’insolita calma; un’atmosfera inconsueta spezzata da qualche crocchio di facce nuove e di parlate forestiere all’imbocco degli incroci.
Il politico annunciato è Errico Malatesta (1853-1932), il più noto agitatore anarchico italiano, rientrato in patria da poco più di un mese dopo quindici anni di esilio. Il personaggio, schedato dalla polizia di tutto il mondo quale «pericoloso sovversivo», è continuamente pedinato da nugoli di agenti in divisa e in borghese. La prassi vuole che appena si affacci nelle città, ospite non gradito, sia fermato, trattenuto per qualche ora e rilasciato. La sua vita è un continuo sottrarsi alle forze dell’ordine.

Errico Malatesta


Militante del movimento libertario dal 1871, dopo aver fatto proprie le teorie del russo Michele Bakunin (1814-1876), Malatesta si trova immischiato in diversi tentativi insurrezionali. Conosce il carcere per la prima volta a 17 anni; poi, dopo una serie di arresti, di processi, di condanne, di evasioni e di esili subisce il confino nell’isola di Lampedusa. Da quella località scappa e si rifugia all’estero. Nell’agosto del 1913, avendo ottenuto il condono della pena, torna in Italia. Nonostante i 60 anni suonati e le continue delusioni della vita, insiste nella sua battaglia pronunciando infuocati discorsi di lotta proletaria. Sicuro di sé e spavaldo fino al parossismo, attualmente predica l’astensione dal voto, contestando le tendenze legalitarie e parlamentari affioranti nel movimento operaio italiano. Inveisce contro «le degenerazioni del partito socialista e di quello repubblicano» ed esorta «i lavoratori a disertare le urne e a servirsi, per le loro rivendicazioni, dell’azione diretta fino al completo trionfo della rivoluzione» (L’Ausa, 4 ottobre 1913).
Un sorvegliato speciale di tale levatura, un politico così originale e intransigente, avrebbe dovuto riscuotere molta attenzione dai riminesi, se non altro per la curiosità di ascoltarlo; ma il timore di possibili disordini e quegli strani tipetti sguinzagliati per il corso hanno frenato il desiderio di incontrarlo e di conoscerlo. Da qui la paura di uscire di casa, di bighellonare come al solito per strada.
Errico Malatesta entra in piazza Cavour circondato da una manciata di fedelissimi. Dietro e ai lati di questo sparuto gruppetto si snoda una processione mastodontica di agenti di pubblica sicurezza. In mezzo a tanto seguito il «pericolo pubblico numero uno», mingherlino e basso di statura, scompare: il più piccolo poliziotto lo sovrasta di almeno una spanna
Nonostante le preoccupazioni della vigilia e i timori della questura, tutto fila liscio come l’olio. L’atrio del sommo teatro cittadino si riempie alla spicciolata e il comizio si svolge senza atti di intemperanza; lineare, anche se pervaso da una forte tensione nervosa. L’oratoria del “sovversivo” è fluida e passionale, ma poco coinvolgente. Scarsissimi i battimani. Al termine nessuno dei presenti se la sente di prendere la parola per il contradditorio. Il motivo? Ce lo rivelano i giornali. Le cronache, infatti, sostengono che il disinteresse della sala alle parole di Malatesta era dovuto al fatto che la quasi totalità delle persone che si trovava nell’atrio del Teatro, tolto qualche simpatizzante libertario, era composta da membri delle forze dell’ordine: una marea di sbirri convogliati a Rimini da diverse regioni d’Italia e tutti, naturalmente, indifferenti a qualsiasi sollecitazione barricadiera.
Cinque giorni dopo la curiosa conferenza, Il Giornale del Popolo, di tendenza repubblicana, pur non condividendo l’azione astensionista del «sobillatore» – verso il quale, però, nutre grande rispetto e stima – ironizza sull’impiego tanto sconveniente «quanto ridicolo» del «servizio di sorveglianza poliziesca inscenato attorno al Malatesta» e formato da una miriade di «agenti di pubblica sicurezza in divisa e in borghese». Agenti – polemizza il periodico – che «brillano sempre per la loro assenza nei luoghi centralissimi nei quali la loro presenza potrebbe non essere ritenuta inopportuna».
A Rimini Malatesta era già venuto nel lontano 1872 quando, giovanissimo, aveva partecipato dal 4 al 6 agosto al primo congresso della Federazione italiana dell’Associazione internazionale dei lavoratori, che aveva segnato di fatto la nascita del movimento anarchico in Italia. Tornerà una terza ed ultima volta i primi di gennaio del 1920. In quella circostanza l’accoglienza che gli riserverà la città sarà ben diversa. Ne parleremo in un prossimo articolo.

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