Lo Steinbeck di Popolizio a Russi tra sabbia, polvere e percussioni

È Massimo Popolizio con lo spettacolo “Furore” a inaugurare la stagione di prosa del teatro Comunale di Russi il 3 e 4 novembre, ore 20.45. L’attore, regista formatosi all’Accademia nazionale d’arte drammatica, per trent’anni in collaborazione artistica con Luca Ronconi, ha riletto insieme a Emanuele Trevi il romanzo di John Steinbeck da cui fu tratto nel 1940 l’omonimo film diretto da John Ford.

Ambientato nei primi anni Trenta durante la Grande depressione, narra la migrazione in California della famiglia Joad, in cerca di opportunità dopo aver perso tutto a causa delle tempeste di sabbia, della siccità e della spietatezza dei proprietari terrieri. Una storia di grande attualità che riporta l’attenzione sulle crisi climatiche e migratorie di oggi. È la 75ª replica per questo lavoro ideato e diretto da Popolizio, il quale dà vita a un one man show epico e lirico, realista e visionario a cui fa da controcanto il caleidoscopio di suoni dal vivo del percussionista Giovanni Lo Cascio.

A prendere forma – spiega – è il racconto di come Steinbeck trasformò la sua esperienza giornalistica, umana e politica in grande letteratura, ed è la sua straordinaria figura di narratore che emerge.

Popolizio lei presta a questo potentissimo, indimenticabile storyteller un corpo e una voce. Come si è rapportato al libro?

«Steinbeck era stato ingaggiato per fare un reportage su quel fenomeno migratorio e dall’inchiesta nacque il suo capolavoro. Noi non partiamo dalla storia della famiglia Joad, abbiamo scelto di lavorare sui capitoli dove i protagonisti sono il clima, la sabbia, la polvere, il contesto che costrinse mezzo milione di persone alla ricerca di altre terre da coltivare e su cui vivere. Ci soffermiamo su quella che fu la prima crisi climatica documentata dai libri».

Cosa accade sul palco negli 80 minuti di “Furore”?

«Al mio fianco c’è un grande percussionista, Giovanni Lo Cascio, e ci sono diverse telecamere. È un lavoro tecnologicamente molto ricco. Presenta un’infinità di immagini, tra cui quelle tratte dalle inchieste fotografiche di Dorothea Lange che negli anni Trenta operò un’intensa ricognizione tra i disoccupati, i senzatetto e i migranti della California. Foto di grande spessore emotivo che influenzano e che in scena sono doppiate da me».

Come mai ha scelto di essere solo in scena?

«“Furore” è nato prima della pandemia. Dopo aver fatto “Un nemico del popolo” in cui eravamo in 14, ho voluto provare qualcosa di più agile. Che si è poi rivelata la dimensione giusta per il tempo che sarebbe arrivato».

Lei al primo incontrastato amore, il teatro, ha affiancato il cinema e la tv, e alla recitazione la regia, collezionando un’infinita galleria di maschere. Basti citare “Santa Giovanna” diretta da Ronconi con cui esordì nel 1983 fino a “Lehman Trilogy” del 2015, dal Vittorio Sbardella interpretato per Sorrentino alla voce prestata come doppiatore a Lord Voldemort nella saga di “Harry Potter” o a Lemon 900 nel film di Tornatore. Ma c’è un ambito artistico in cui è più a suo agio?

«Nel teatro ci lavoro da 40 anni, “Furore” è il mio 74° spettacolo, io vengo dal teatro, dove ho portato in scena tutto. Però non c’è qualcosa che metto in primo piano, ogni volta è diverso, non c’è un’arte che preferisco rispetto all’altra, dipende sempre da ciò che viene proposto e da ciò che ci si propone di fare in un determinato momento o contesto».

Lavorare in teatro come autore e regista non è più soddisfacente?

«Certo, si può decidere di più, si è autonomi, si hanno più libertà e tutto questo offre maggiori soddisfazioni. Come accaduto con “Furore”, al cui adattamento ho lavorato con Trevi, vincitore quest’anno dello Strega».

Anche lei di premi ne ha collezionati tanti, tra questi, più volte l’Ubu, e ha lavorato con grandi maestri.

«Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare con un grandissimo maestro come Ronconi e poi continuare con lui per trent’anni, la mia formazione è quella. E poi sono stati maestri i grandi attori e attrici con cui ho lavorato, tra quelli viventi e quelli che non ci sono più, e sono stati tantissimi, da Pani a Graziosi, Orsini, Melato, Guarnieri».

Parliamo del prossimo impegno teatrale.

«Il nuovo lavoro debutterà il 1° dicembre allo Strehler di Milano. Si tratta di “M” di Antonio Scurati, una grossa produzione con in scena 18 attori e una scenografia importante. È uno spettacolo enorme, forse troppo grosso per girare, saremo cinque settimane a Milano e cinque a Roma, poi si vedrà».

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