«La Coppa America è un animale strano. Tutti dicono che bisogna migliorarla di qua e di là. Ma con le sue assurdità è sopravvissuta tutti questi anni e ha passato indenne tante guerre. É bella così com’è. Ogni volta diversa, ma al tempo stesso fedele alla sua storia. E’ nata come una sfida fra due nazioni che non potevano più combattere e volevano dimostrare chi era il più forte. In quel momento il migliore era chi aveva la supremazia del mare. Oggi forse la sfida se la giocherebbero nei cieli. Ma così come ci è arrivata dalla storia è una manifestazione con un grande fascino tutto suo».

Il veterano dei veterani

Marco Mercuriali, 62 anni, da Cesenatico, la spiega così. In Coppa America è il “veterano dei veterani” perché è da quasi 40 anni che va a caccia del trofeo. La sua lunga storia d’amore con questa pazza competizione è iniziata con la campagna di Azzurra del 1983 a Newport (Usa). Lo skipper era il romagnolo Cino Ricci e Mercuriali era un ragazzo che sognava di vivere dedicandosi alla vela. «Quando cominciammo ad allenarci avevo appena 23 anni. Per noi italiani era la prima volta, eravamo dei pionieri. Ma la barca era un ottimo progetto di Vallicelli e noi dell’equipaggio lavorammo bene, così si arrivò in semifinale e riuscimmo anche a dar fastidio agli inglesi». In quell’occasione Mercuriali era il grinder (uno degli uomini addetti ai verricelli) e si occupava della preparazione atletica. Oggi è l’esperto delle regole sportive (rules coach), quello che istruisce i velisti che vanno in barca su quello che si può e quello che non si può fare. Un lavoro mica tanto semplice. «Sì, perché spesso le regole lasciano spazio a diverse interpretazioni per cui è anche importante sapere come vengono interpretate dagli arbitri».

Nipote dell’ex portiere dell’Inter e del Milan, Giorgio Ghezzi, Mercuriali ha cominciato a praticare la vela con il Circolo Nautico di Cesenatico e ha fatto parte della squadra azzurra di Finn dal 1978 al 1982. Dopo la campagna di Azzurra ha iniziato a lavorare come allenatore per la Federazione Italiana Vela. Era nello staff azzurro alle Olimpiadi di Barcellona ’92, Atlanta ’96, Sydney 2000, Pechino 2008. In modo quasi parallelo ha partecipato anche alle campagne di America’s Cup. Dopo Azzurra sono arrivate le edizioni con Luna Rossa e anche una parentesi con gli americani di Oracle (2017). Questa è la sua settima partecipazione. Un velista con la valigia sempre pronta.

«Quando ero giovane il pensiero di Cesenatico mi metteva nostalgia, ma oramai mi sono abituato. Adesso la Romagna me la porto dietro con me, con tutti i pregi e i difetti. Mi sento un paesano, non un cittadino, e quando devo andare in vacanza dico che vado a casa e ci sto bene».

«Max è lo skipper moderno»

Un giudizio su Max Sirena? «É uno skipper atipico perché di solito queste figure venivano dall’area del pozzetto mentre lui è partito dalla prua e si è pian piano spostato nel team dirigenziale. Ha lavorato tanto per arrivare lì e continua a lavorare tanto. Non è lo skipper tradizionale che faceva coincidere la sua figura con quella del timoniere; col passare del tempo si è capito che non si può fare tutto da soli. Ci sono ruoli del team molto importanti che non vanno nemmeno a bordo. Max ha deciso che vuol gestire tutto da fuori perché non vuole disperdere energie. É uno skipper moderno».

Argomenti:

speciale america's cup

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *