LIna Wertmuller: “Io, pessima aiuto regista di Fellini”

«Fellini è stato un regalo unico che mi ha fatto la vita e non potrei delegare a poche parole quanto sia stato importante per me. Posso dire che conoscerlo è stato come affacciarsi a una finestra e guardare un panorama meraviglioso che non avevo mai visto prima».

Così Lina Wertmüller, scomparsa ieri nella sua casa a Roma all’età di 93 anni, ci aveva detto raccontando del suo legame con Federico Fellini. Era il 30 dicembre del 2018. Lei, arrivata al Bellaria Film Festival a 90 anni tondi per ricevere da Moni Ovadia e dal direttore Michele Corvino il Premio alla carriera, aveva contagiato tutti con la sua irresistibile joie de vivre. Dietro gli occhiali bianchi – titolo del documentario di Valerio Ruiz che ne ripercorre la carriera – lo sguardo ancora indomito faceva passare in secondo piano le fragilità di un fisico che sembrava scomparire dietro al maglione e ai pantaloni neri.

Arcangela Felice Assunta Werdmuller von Elgg Spanol von Braueich era il suo nome per esteso. E come aveva raccontato nella sua biografia “Tutto a posto niente in ordine. Vita di una regista di buon umore” (Mondadori, 2012), nel cognome originario compariva una “d” (Werdmüller) al posto della “t”. L’ultimo a chiamarsi così fu il vecchio barone spadaccino Heinrich, trisavolo di Lina Wertmüller arrivato in Italia per sfuggire alla legge svizzera dopo avere ucciso in duello un rivale in amore. Personaggio ribelle e spavaldo. Facile immaginarsi un qualche travaso di cromosomi dall’antenato alla bis bis bis nipote.

Tutto comincia nel 1963

Premio Oscar alla carriera nel 2020, prima regista donna candidata alle celebri statuette (per “Pasqualino sette bellezze”), la sua carriera cinematografica prende avvio dopo un apprendistato al fianco di Federico Fellini. È il 1963 e Lina Wertmüller (che aveva già lavorato per Canzonissima alla Rai) si ritrova a fare l’aiuto regista sul set di “8 ½”. Era stato grazie alla sua amicizia con Flora Carabella, moglie di Marcello Mastroianni, che aveva conosciuto Fellini. «Tutto sommato io penso di essere stata una pessima aiuto regista» scrisse di sé nell’autobiografia. «Ma a Fellini ero molto simpatica» ci aveva però raccontato intervistandola al Bellaria Film Festival. Di quell’esperienza sul set di “8 ½” sono rimaste preziose riprese fatte all’epoca dalla stessa Wertmüller con la sua Arriflex. Erano finite nel dimenticatoio, a ritrovarle è stato il regista Valerio Ruiz che ne ha usate alcune per il suo documentario sulla regista celebre per i suoi film dai titoli chilometrici: “Mimì metallurgico ferito nell’onore”, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”…

Sul set di “8 ½”

L’esperienza sul set di “8 ½” Lina l’aveva raccontata di nuovo anche nel recente documentario “Fellinopolis” di Silvia Giulietti, realizzato con i materiali di Ferruccio Castronovo. «Una volta mentre eravamo su un taxi, Fellini vide una faccia che gli piaceva e mi chiese di inseguirla» ricordava la regista. Ma quello con Federico Fellini è stato soprattutto un rapporto di grande amicizia, per tutta la vita: «Avevo l’impressione di trovarmi con un grande mago, mi rendeva complice delle sue magie e delle sue biricchinate», ci aveva detto tre anni fa. Ma a pescare ancora più indietro nei ricordi di cronista rimangono indelebili anche le parole che Wertmüller riversò in una lunga chiacchierata telefonica, fatta di primo mattino, dopo più di un appuntamento slittato, nel 2003, per il decennale della scomparsa del maestro riminese. Con che ardore parlava dell’amico e del suo lascito cinematografico: «Era come se si fosse trascorsa l’infanzia insieme – ci disse – come se avessimo rubato insieme la marmellata. Era un compagno di gioco, sapeva trascinarti nella stessa scugnizza allegria che aveva lui».

“I basilischi”

Il “debito” con Fellini, Wertmüller lo dichiara con il suo primo film, “I basilischi” (1963), girato tra la Puglia e la Lucania, nelle sue terre d’origine. La pellicola richiama il primo successo di Fellini, “I vitelloni”, che era però di una decina di anni prima. Fu girato in un paio di settimane con un budget di 38 milioni di lire, con parte della troupe presa dal set di “8 ½”. La fotografia, per dire, era del grande Gianni Di Venanzo, direttore della fotografia con Fellini per “La dolce vita”, “8 ½”, “Giulietta degli Spiriti”.

“I basilischi” vinse al Festival di Locarno e fece conoscere la regista come autrice impegnata. Ma poi lei scombinò le carte scegliendo per i film successivi quel proprio stile con il quale si è fatta conoscere in tutto il mondo. Anche con Giulietta Masina riuscì a fare l’inimmaginabile: la diresse nel film “Non stuzzicate la zanzara” (1967) dove, facendole interpretare la madre di Rita Pavone, la mise a ballare il charleston.

Tra i numerosi tributi alla Wertmüller, ieri anche quello del sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad che ha voluto ricordare «il suo rapporto lungo una vita con Federico Fellini». La Cineteca del Comune di Rimini conserva tra l’altro la sceneggiatura originale di “8 ½” appartenuta alla regista. «Rimini ricorderà Lina Wertmuller – ha aggiunto il sindaco – durante l’inaugurazione del Palazzo del Fulgor, asse del Fellini Museum, domenica 12 dicembre».

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