L’impianto sul litorale della Società ippica riminese

A partire dal 1869, il municipio di Rimini si impegnava in prima persona e con ambiziosi progetti nella conduzione dell’Azienda balneare, che dopo gli incerti esordi messi in atto dai conti Baldini cominciava a cogliere i primi frutti della stagione dei bagni. L’apertura al pubblico del grandioso Stabilimento marino dell’Urbani (1873) e del sofisticato Istituto idroterapico (1876) inserivano la spiaggia di Rimini, pur carente ancora di tante strutture dell’ospitalità – alberghi e abitazioni sul litorale –, tra le stazioni climatiche più rinomate d’Italia. Il salto qualitativo reclamava un aumento dei divertimenti da offrire agli ospiti estivi e quindi anche un luogo per attuarli. La vecchia area adibita ad “ippodromo” (si veda l’articolo di questa rubrica pubblicato sul Corriere Romagna il 2 novembre 2021), dopo le deludenti e tormentate manifestazioni ippiche del passato, tornava nuovamente d’attualità; le corse dei cavalli infatti continuavano ad essere le attrazioni mondano-sportive più richieste dai bagnanti, composti – come strombazzavano le cronache dei giornali balneari – «da aristocratici e facoltosi borghesi delle grandi città del centro-nord».

Nell’estate del 1878 una coraggiosa Società delle corse, promossa da Nicola Ghetti – il “mago dei fiammiferi”–, ottiene dal Municipio un contributo di 3.000 lire per l’organizzazione di una serie di corse a biroccini e a sedioli. Il compenso elargito viene motivato dal fatto che questi convegni, oltre ad ottenere il favore del pubblico, sono anche economicamente vantaggiosi per la città (VGCR del 6 giugno 1878). In virtù di questa considerazione, alla fine degli anni Settanta il Comune torna a riproporre come luogo di attività ludiche il vasto prato esistente tra lo Stabilimento balneare e il porto. Dopo aver delimitato lo spazio con un viale circolare, l’ente pubblico fa appello ai privati «di buona volontà» affinché completino l’impianto e lo gestiscano con «svariate» iniziative atte a rendere più piacevole il soggiorno ai «forastieri».

L’invito è raccolto dalla Società ippica riminese, un sodalizio formatosi il 2 marzo 1881 che raggruppa – stando al Buon senso del 7 agosto 1881– i «possidenti più stimati» della città: Gianfrancesco Guerrieri (presidente), Icaro Ruffi (vicepresidente), Riccardo Bonetti, Pietro Ugolini, Gaddo Gaddini, Romeo Panzini, Nicola Ghetti, Giovanni Boldrini, Ulisse Monticelli (consiglieri). A questi si aggiunge anche la prestigiosa figura di Luigi Ferrari, deputato al parlamento.

La Società ippica riminese, ottenuta l’area in gestione per un quinquennio, realizza su disegno dell’architetto Cervesi di Cattolica e sotto la direzione tecnica dell’ingegnere Galassi di Rimini un imponente ippodromo recintato da uno steccato di «pregevole fattura» e corredato da deliziosi parchi, gradinate e poltroncine. Il Buon senso, entusiasta dell’elegante struttura venuta a costare oltre 40.000 lire, gongola di gioia e con orgoglio il 7 agosto 1881 scrive: «Rimini possiede adesso un ippodromo che nulla ha da invidiare a quelli delle più grandi città». Ai tanti appassionati dell’ippica sembra di toccare il cielo con un dito e c’è già chi pregusta successi a non finire. Non pochi, infatti, sono del parere che il decoroso impianto, con la sua bella pista in terra battuta dal perimetro interno di 532 metri, possa invogliare le più quotate scuderie italiane e quindi offrire spettacoli di prim’ordine.

Il programma inaugurale, enunciato dalla direzione, prevede una serie di competizioni ippiche, alternate – per accontentare anche l’altra metà dei vacanzieri – da originali attrattive delle «primarie compagnie di varietà».

Le ingenue aspettative degli organizzatori – mossi da idee di grandezza, ma senza alcuna dimestichezza per gli affari – si infrangono dinanzi alle ferree regole del mercato che esigono, sia per le corse dei cavalli che per gli spettacoli di varietà, costi di ingaggio molto elevati, addirittura impossibili per una “piccola piazza” quale è Rimini negli anni Ottanta dell’Ottocento (ACCR, 21 dicembre 1882).

Le ingenti spese di costruzione, i mancati introiti previsti, i limitati contributi del Municipio e il disinteresse di tutti gli “esercenti turistici” della città, che in precedenza avevano promesso il loro apporto economico, non consentono di portare a compimento gli sbandierati programmi e dopo tre stagioni “fallimentari” la Società ippica riminese si scioglie.

L’impianto, adoperato per sole tre stagioni, viene rilevato dal Municipio e dato in gestione alla neonata Società riminese pei divertimenti col preciso intento di utilizzarlo per spettacoli di varietà, concerti, festival, gare pirotecniche, fiere, lotterie, tombole, cuccagne e circhi equestri (ACCR, 11 luglio 1885). Insomma tutto all’infuori delle corse dei cavalli, costose e difficili da approntare. Per qualche stagione, grazie all’attivismo dei membri della nuova società, l’ippodromo, posto «al cospetto dell’immensa e azzurra distesa del mare», diviene il centro della «bagnatura», offrendo – come sottolinea Costantino Bonini nell’opuscolo Stabilimento municipale di bagni marittimi idroterapici in Rimini (1888) – «un ritrovo piacevolissimo ai forastieri e ai cittadini».

Ma, come era immaginabile, scomparsa l’ippica dai programmi dell’estate anche l’impianto adibito alle sue manifestazioni non ha vita lunga. Il sogno di una generazione di riminesi si infrange nel 1890 quando, per dare spazio ai progetti urbanistici del Municipio, l’Ippodromo è soppresso. E nell’arco di pochi anni, in quella zona di arenile adibita da sempre alle corse dei cavalli, fiorirà un quartiere di dignitosi villini con una razionale rete stradale alberata ed elegante.

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