Lidia Menapace e la lbertà di pensiero

Dopo La valigia di cuoio. In viaggio fra Novecento e ventunesimo secolo, i nuovi racconti di vita e politica di Ileana Montini hanno al centro la storia di un’amicizia, quella da lei descritta in Lidia Menapace. Donna del cambiamento. Lettere 1968-1991 (Gabrielli editore).

A cura degli Amici della Biblioteca, il volume sarà presentato dall’autrice in dialogo con Catia Pantoli, presidente dell’Associazione Abc, alla Biblioteca Maria Goia il 17 novembre alle 17. Introdurrà Michela Brunelli, assessora alle Pari opportunità.

Una corrispondenza, questa tra Lidia Brisca Menapace (1924-2020), partigiana, pacifista, cattolica, femminista, donna dal radicato impegno politico, e Ileana Montini, intellettuale femminista e giornalista ravennate, che percorre un lungo arco di tempo segnato da eventi nazionali e internazionali di grande rilevanza storica. Ma anche dalla varietà di percorsi del femminismo e dalle trasformazioni all’interno della sinistra. In copertina la foto delle due donne a Cervia nel 1985.

«Da decenni le lettere, qualche altro scritto, qualche copia delle mie – dice Ileana Montini – erano riposte in una cartella azzurra della libreria. Le ho riprese in mano una alla volta, lette una dopo l’altra, e ho scritto come se riavvolgessi un nastro registrato. La registrazione, infatti, di un lungo e importante e fantastico cammino di vita».

La radice di un rapporto, scrive Corradino Mineo nella prefazione al volume, che può cercarsi nelle comuni origini nella Democrazia Cristiana: «Entrambe è come se si fossero iscritte alla Direzione della DC. E si fossero trovate lì quando tutto ha preso a cambiare. Deputate a esercitare una certa libertà di pensiero nel movimento femminile, deputate ad afferrare umori che ormai scappavano al partito-stato. Ma aduse “al dissenso disciplinato”. E alla ricerca del “concreto”, per trasformare l’eresia in verità».

Montini, questa storia di un’amicizia è diventata una riflessione sui luoghi, i tempi, la storia di un Paese.

«Tra me e Lidia Menapace l’amicizia è nata in Romagna, a Marina di Ravenna, a un convegno provinciale del Movimento Femminile dove ascoltai la sua relazione. Mi sentii subito, insomma, sulla stessa lunghezza d’onda e, soprattutto, mi affascinò la sua cultura, la sua oratoria mai secondo il politichese che anche allora dominava lo stile dei politici. Era terminato il Concilio Vaticano II e papa Giovanni XXIII aveva da poco pubblicato l’enciclica Pacem in terris in cui, sottolineò Menapace, allora professoressa dell’Università Cattolica di Milano, si leggevano i segni dei tempi. Nutrivamo, dunque, le stesse speranze di rinnovamento della Chiesa e della società. Entrambe capimmo e ci confrontammo subito, come le lettere dimostrano, con il dissenso nella Chiesa e con la critica alla dottrina sociale cattolica che imponeva la dottrina dell’interclassismo e dell’unità in un solo partito».

Quali momenti hanno segnato il vostro comune cammino?

«La prima lettera data al 1968, anno delle straordinarie rivolte studentesche. Lidia Menapace aveva sostenuto i primi abbozzi di ribellione alla Cattolica di Milano. In quell’anno, il 5 luglio, uscendo dalla DC perse la cattedra universitaria per la sua “scelta marxista”. Nel 1971 anch’io sono uscita dalla DC aderendo al gruppo del Manifesto, dove Lidia era approdata già nel 1969, contribuendo poi alla nascita del quotidiano con i Pintor, Rossanda, Castellina, Magri…».

Come avete condiviso le nuove istanze del femminismo?

«La straordinaria stagione del movimento delle donne aveva messo in crisi la dottrina dell’emancipazionismo, in altri termini della cosiddetta parità tra uomini e donne nella sfera pubblica, fermo restando la naturale complementarietà tra i sessi. Nelle lettere emerge questo complesso, non facile cammino verso la “soggettività femminile”: oltre i condizionamenti e gli stereotipi storici che ci avevano incastrate nell’identificazione del ruolo privato della cura».

«Oggi – aggiunge Montini – quasi ultimi in Europa, abbiamo una premier donna che, come testimonia la richiesta di farsi chiamare al maschile, esalta implicitamente la mera emancipazione che al potere deve assumere il piglio virile. Come se la cultura della cura si dovesse ancora ritenere un ruolo biologico unicamente femminile esprimibile nella famiglia o nelle professioni educative. Penso allora che Lidia riprenderebbe a girare per l’Italia (si definiva una vagabonda) per commentare con rabbia e spiegare, con la sua straordinaria, raffinata cultura umanistica e politica, questo strano ripiegamento involutivo della storia».

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