Libro: Witold Gombrowicz – Ferdydurke

Perditempo e lavoratore occasionale, il trentenne Giuso un giorno si sveglia e scopre di essere tornato adolescente. Il suo aspetto non è cambiato, eppure…

Pubblicato nel 1938 “Ferdydurke”, riproposto ora da Il Saggiatore nella nuova traduzione di Irene Salvatori e Michele Mari, è da annoverare tra i capolavori di Witold Gombrowicz, forse il più grande scrittore polacco del Novecento. Un libro che, nel suo pastiche dei romanzi per l’infanzia enella perfetta fusione di realtà e inverosimiglianza, si configura come un racconto filosofico e, allo stesso tempo, come un romanzo picaresco. Gombrowicz dimostra il suo profondo attaccamento ad uno scrittore come Rabelais e, attraverso un’arte narrativa grottesca e sovversiva, imbastisce una costruzione letteraria che ha, tra i molti pregi, anche quello di individuare nel “complesso di Peter Pan” la vera malattia del Novecento. Una satira, la sua, sull’infantilismo della società, in cui le tante tematiche filosofiche che sottendono la narrazione vengono sistematicamente depurate del linguaggio filosofico e di ogni solennità.

Quello che interessa e colpisce in “Ferdydurke” è la fantasia, l’innovazione strutturale, l’umorismo, la disperazione, la capacità di combinare l’understatement erotico con la tendenza a considerare il sesso come il centro della vita psichica, della morale e dei rapporti sociali. Ma, soprattutto, èl’utilizzo che Gombrowicz fa della lingua che lascia stupiti: il suo uso e abuso, allo scopo di trasformarla in uno strumento allocroico che si compone e si scompone di continuo, “determinata com’è dal concorso di sotto-lingue (dal latino goliardico degli scolari alle frasi fatte dei professori e delle zie, dall’abbaiare dei contadini al gergo giovanile di Zuta e delle sue amiche, fino ad arrivare ai nonsense ludici dell’ingegner Jovinelli…) che lottano per imporsi”.

“E la mattina dopo di nuovo la scuola. Sifone, Mentino, Hopek, Myzdral, Galkiewicz e l’accusativus cum infinitivo. Il vate e la solita impotenza di ogni giorno, che noia, che noia, che noia! E tutto sempre uguale! E di nuovo il vate che vaticina, l’insegnante che si guadagna il pane blaterando del vate, gli studenti che si affaticano prostrati sui banchi, il dito che vortica nella scarpa come un mulino a vento, e non romper le palle a Pavolo-Apollo con le palle del pollo e non palpeggiar Pavolollo con le palle del pollo e non romper le palle con le palle del vate, che palle che palle che palle! E ancora la noia che incombe, e sotto l’oppressione della noia, del vate e dell’insegnante la realtà si trasforma pian piano nel mondo dell’ideale, oh! lasciatemi sognare e nessuno sa più cosa sia reale e cosa no, dove stia la verità e dove l’illusione, cosa si provi, cosa non si provi, dove stia la naturalezza e dove l’artificio, e quello che dovrebbe essere si confonde irrimediabilmente con ciò che è e l’uno squalifica l’altro togliendogli ogni ragion d’essere, oh grande scuola dell’irrealtà! E dunque io pure per tutte e cinque le ore sognai il mio ideale, e la faccia mi si era gonfiata come un pallone, senza ostacoli, perché nel mondo irreale del sogno non c’era nulla che avrebbe potuto riportarla alla normalità. Così anch’io avevo ormai il mio ideale, la liceale moderna. Ero innamorato. Sognavo come un amante afflitto e sospiroso. Falliti i tentativi di conquistare l’amata, fallito il piano di ridicolizzarla, ero preda di un immenso dolore, sapevo che tutto era perduto”.

<<“Ferdydurke” – ha scritto Francesco M. Cataluccio – è una beffarda resa dei conti con una realtà in cui la stupidità regna sovrana e gli individui sono ormai delle marionette prive di senso. Gombrowicz aveva intuito che l’uomo-massa, depauperato della sua identità individuale, è l’incarnazione dell’immaturità. Nel mondo moderno, teso verso il Progresso, tutta l’umanità si va bambinizzando>>.

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