Libro: Una pinta con Shane MacGowan

Shane MacGowan, 64 anni, è stato il frontman dei The Nips, il cofondatore di una band di culto come i Pogues e il leader degli Shane MacGowan And The Popes. Con la sua irruenza, la dentatura disastrata, lunatico ed esteticamente provocatorio, lo “smarrito” Shane, più di ogni altro, ha rappresentato l’antitesi delle tante star preconfezionate della musica pop.

Questa autobiografia, raccolta in forma di intervista da sua moglie Victoria Mary Clarke, ne racconta la vita, gli eccessi e il grande talento musicale. “Una pinta con Shane MacGowan” (Tsunami) è esattamente ciò che il titolo promette: una lunghissima chiacchierata con il Nostro, come se stesse seduto al bancone di un pub, mentre tra una birra e l’altra intrattiene gli avventori con i racconti di un’intera esistenza. L’infanzia trascorsa in una fattoria irlandese lontano dai genitori, il suo primo incontro con la Guinness alla tenera età di cinque anni, il trasferimento a Londra e la nascita della scena punk, gli anni dei Pogues e tante altre avventure. Un libro atipico su un artista dalla personalità unica, come traspare da ogni pagina, portatore di una peculiare visione del mondo (che è andata a innervare il suo inimitabile songwriting…) e in grado di competere, quanto a capacità compositiva, con uno qualsiasi dei “grandi”, da Tom Waits a Lou Reed.

Disperato, a tratti brutale, il musicista irlandese, durante tutta la sua carriera, ha incarnato pienamente la figura dell’artista geniale e sregolato; un autore dotato di una notevole forza espressiva, capace di parlare un linguaggio semplice e schietto, sovente gergale, senza però mai perdere consapevolezza storica, impeto romantico e profondità psicologica. Canzoni, le sue, che raccontavano di una vita ai margini, dove odio e amore finivano con il confondersi, sature di rabbia e allo stesso tempo ricche di umanità; contraddistinte da una vena poetica dolorosa, romanticamente sconfitta. “Arte povera” – in bilico tra realismo urbano e slancio lirico, tra malinconiche ballate e momenti di vera e propria furia dionisiaca – che rispecchiava lo scarno e rudimentale immaginario dell’underclass londinese, dominato dall’alcol e dalla violenza. Gli eventi burrascosi che MacGowan andava a descrivere nei suoi brani assumevano però un valore universale, nel far risaltare l’umanità profonda e incoercibile che caratterizza anche certe manifestazioni di “bestialità”. Simbolo di una Londra emarginata, selvaggia e umiliata, l’ex leader dei Pogues è sempre stato l’espressione di una visione esistenziale inquietante, segnata dall’ineluttabile presenza della morte, quasi un’ossessione.

Ma l’importanza storica di MacGowan e dei Pogues è da rinvenire soprattutto nella loro musica, nel modo di suonare. Dalle condotte strumentali e dall’intelaiatura armonica e ritmica emergeva, nei dischi prodotti dalla band negli anni Ottanta, l’ipotesi di un folk moderno: i Pogues affrontavano con spirito iconoclasta, con una specie di furore dadaista, gli impulsi che derivavano loro dalle matrici tradizionali. Un’intuizione che li portava a gettarsi con graffi e veleno sul folk d’Irlanda. Pezzi, caratterizzati da un certo eclettismo musicale, che acquistavano spessore grazie all’intreccio tra le intuizioni melodiche di MacGowan, il suo canto sbilenco, strascicato, “etilico” e, come abbiamo già detto, le liriche dal tono aspro e doloroso.

“Noi – ha detto MacGowan, facendo riferimento al suo periodo con i Pogues – volevamo colpire duramente il pubblico nel cuore e nelle viscere. Volevamo fargli sentire tutto ciò che una persona può provare strappandogli il cuore e facendoli ballare e scopare. Volevamo, alla fine, farli piangere, ridere, cantare”.

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