Libro: Leggere Ziggy – Pierpaolo Martino

Tutti i dischi di David Bowie hanno la parvenza di itinerari immaginari il cui obiettivo principale è stato sempre quello di rappresentare l’emozione in forma simbolica, come indicava Bertolt Brecht. Fin dagli esordi, il musicista inglese è stato in grado di comunicare il disagio per la mancanza di risposte alle domande prime sull’esistenza, quel disorientamento che tutti abbiamo dentro e che, più o meno consapevolmente, ci troviamo ad affrontare, prima o poi.

Questo bel libro di Pierpaolo Martino, edito da Mimesis Edizioni, vuole indagare il rapporto di Bowie con la scrittura letteraria e in particolare con la letteratura inglese, soffermandosi su cinque personalità che hanno avuto un ruolo centrale nel definire l’immaginario bowiano: Arthur Clarke, George Orwell, Christopher Isherwood, Colin MacInnes e Hanif Kureishi. “Leggere Ziggy” prende come punto di partenza la maschera più celebre di Bowie (quella di cui parleremo in questo articolo…), ossia Ziggy Stardust, <<in quanto potente esemplificazione della sua filosofia della “musica come teatro”>>, per poi passare ad analizzare alcuni album del “Duca Bianco” e le maschere da lui create.

“The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”, uscito nel 1972, è il disco che segna l’ascesa del rocker attore, figura inventata di fatto da Bowie, che nell’album metteva insieme Andy Warhol, la letteratura inglese, Marc Bolan, Stanley Kubrick, la rivoluzione sessuale, la fine dell’hippismo e il teatro. Nei pezzi del disco Bowie studiava un personaggio cresciuto nella celebrità (Ziggy Stardust, appunto) e per questo, poi, lo faceva morire. Infarcendo i testi di nozioni e suggestioni, il Nostro convogliava nel rock culture diverse. “Ho superato – ha dichiarato in proposito – una fase eminentemente rock’n’roll rifacendomi al teatro brechtiano e a quello kabuki, e combinando tali elementi con la musica sono arrivato ad un terzo tipo di espressione che va al di là del semplice fatto teatrale, ma anche al di là del semplice fatto musicale”.

Bowie, se si vuole restare nell’ambito strettamente musicale, arrivava a dimostrare, in “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”, un’assoluta fiducia nella canzone e nella sua capacità di comunicazione, che andava oltre ogni tentativo di complicarne l’impianto: il modo in cui sagomava i temi rivelava un sentimento melodico che raramente oltrepassava i confini del cantabile; le armonie rifuggivano la complessità e riuscivano ad instaurare un clima pertinente al “tono” dei brani; la ritmica sprigionava tutta la sua forza attrattiva (basti pensare a due canzoni come Hang On To Yourself e Suffragette City, vere e proprie scorribande proto-punk). Pezzi nei quali spiccavano gli archi, il pianoforte e gli interventi chitarristici di Mick Ronson. Su tutto, la voce dell’artista londinese, che appariva carica di un proprio originale portato stilistico (una maniera di cantare, la sua, che soprattutto sui toni alti si avvaleva delle variazioni, dei glissando, degli smorzamenti repentini delle note, il continuo spostamento da note cantate con l’appoggio sul diaframma a note emesse con voce strozzata in gola…).

“Leggere Bowie (e ‘The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars’, ndr) in termini letterari – scrive Pierpaolo Martino nell’introduzione al libro – significa tradurre il discorso artistico bowiano in una sorta di dialogo tra i dialoghi in cui musica e letteratura interrogano altri linguaggi artistici quali cinema e fotografia e in cui l’immagine, la parola letteraria e il suono (musicale) si ridefiniscono a vicenda. Ogni performance (visiva e musicale) di Bowie è un esercizio di scrittura e Bowie stesso è un (iper)testo culturale che esige un complesso esercizio semiotico di lettura e comprensione rispondente. È importante sottolineare come i testi stessi delle sue canzoni si caratterizzino per una dimensione fortemente teatrale. La teatralità di Bowie non ha tuttavia solo a che fare con la capacità dell’artista di creare personaggi e maschere diverse all’interno di una canzone o di un album, ma rimanda, alla fine, anche alla capacità della sua arte di risuonare della parola altrui, ossia delle voci di quegli stessi scrittori amati dal cantante”.

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