Libro: Francis Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby

Nick Carraway si trasferisce a West Egg, sulla Gold Coast di Long Island, per imparare il mestiere dell’agente di Borsa. Per ottanta dollari al mese affitta una villetta strizzata fra due enormi dimore. Una di queste, è la villa del misterioso Jay Gatsby, su cui si vociferano le cose più assurde. Affascinato dalla enigmatica personalità del suo vicino, Nick si avvicina a Gatsby, un uomo molto ricco che si tiene a curiosa distanza da tutto ciò che sfoggia. L’unica cosa che sembra attrarre e ossessionare Gatsby è la luce verde che brilla dall’altra parte della baia, dove vivono Tom Buchanan e sua moglie Daisy, cugina di terzo grado di Nick, la donna di cui Gatsby è perdutamente innamorato…

“Il grande Gatsby” – pubblicato per la prima volta nel 1925 e ora riproposto da Neri Pozza in una nuova traduzione e in una versione illustrata dai disegni di Sonia Cucculelli – si configura come un romanzo legato alla dimensione del tempo e del rimpianto, in cui gli elementi visivi (basti pensare, ad esempio, agli occhi minacciosi del tabellone pubblicitario o al blu e all’oro dell’ospitalità notturna di Gatsby) fondono l’iconografia della “età del jazz” alle preoccupazioni per i mutamenti sociali che caratterizzavano il modernismo americano. Un libro, emblema dei ruggenti anni Venti, nel quale alla disinvolta invenzione dello scintillante universo fantastico di Gatsby, Francis Scott Fitzgerald andava a contrapporre certe realtà cupe e aggressive di quel mondo, riuscendo a creare un romanzo, forse l’opera narrativa più perfettamente costruita che abbia prodotto l’America, capace ancora oggi di offrirci l’immagine più lancinante dell’innocenza e della ferocia americana. Il tutto attraverso una scrittura segnata da una straordinaria economia verbale, dove non c’è una parola o una frase che non abbia la sua importanza.

“A circa metà del tragitto da West Egg a New York l’autostrada si congiunge bruscamente alla ferrovia, correndole accanto per un quarto di miglio, come per ritrarsi da un certo afflitto appezzamento di terra. È una valle di ceneri – una fattoria da incubo dove al posto del grano crescono ceneri, formando alture e collinette e grotteschi giardini e prendendo la forma di case e ciminiere e spirali di fumo e infine, con slancio trascendente, di uomini grigio-cenere che si muovono indistintamente come se fossero sul punto di sgretolarsi nell’aria polverosa. Di tanto in tanto una fila di vagoni grigi avanza lungo un binario invisibile, emette uno spettrale cigolio e poi si arresta, e subito gli uomini grigio-cenere sciamano armati di vanghe di piombo e sollevano una nube impenetrabile che nasconde alla vista le loro oscure operazioni.

Ma al di sopra di quella terra grigia e degli spasmi di polvere tetra che incessantemente vi aleggiano, poco dopo si scorgono gli occhi del dottor T.J. Eckleburg. Gli occhi del dottor T.J. Eckleburg sono azzurri e giganteschi – le retine sono alte quanto un braccio. Non ti guardano da una faccia, ma da dietro un paio di enormi occhiali gialli a cavallo di un naso inesistente. Evidentemente un eccentrico burlone oculista li ha messi lì per incrementare i suoi affari nel distretto del Queens, dopodiché è sprofondato nella cecità eterna oppure se li è dimenticati e se n’è andato altrove. Ma i suoi occhi, un po’ sbiaditi per tutti i giorni di sole e di pioggia senza una ripassata di vernice, continuano a incombere sulla solenne discarica”.

<<Per certi versi, con Fitzgerald – ha scritto Nadia Fusini – siamo già alla pulp fiction, nel senso di Tarantino; e “Il grande Gatsby” è una black comedy, che dell’amore affronta le pene, la delusione, la “menzogna”. La vera novità sta nell’introduzione del “narratore” – l’invenzione formale, che trasforma il feuilleton d’amore nell’elegia ansiosa, luttuosa del senso che fugge; e ne fa un esemplare icastico di costruzione modernista>>.

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