Una giovane dama di compagnia incontra, in Costa Azzurra, un fascinoso nobiluomo e lo sposa dopo pochi giorni di frettolosa conoscenza. Lui la conduce con sé a Manderley, un inquietante castello della Cornovaglia che sembra vivere nel ricordo di Rebecca, defunta moglie del giovane sposo, la cui presenza incomberà sulla nuova coppia ogni giorno di più.

Pubblicato per la prima volta nel 1938, “Rebecca la prima moglie” di Daphne du Maurier, riproposto ora da il Saggiatore nella traduzione di Marina Morpurgo, si configura come un romanzo, che sorprende ancora oggi per l’attenzione rivolta all’universo introspettivo dei personaggi, sulla gelosia, sulla memoria e sull’intreccio fra passato e presente.

La du Maurier, che sembra avere come punto di riferimento Charlotte Brontë e il suo “Jane Eyre”, opera qui una fusione tra elementi fiabeschi, avventura gotica e thriller, regalandoci un personaggio, quello della protagonista che parla in prima persona, in grado di rompere lo schema del romanzo vittoriano con le sue fantasie nevrotiche e con le sue domande senza risposta (protagonista a cui, per una vera e propria “sfida stilistica”, la du Maurier decide di non dare un nome…).

Da artista dell’angoscia e del perturbante, la scrittrice inglese costruisce un romanzo nel quale a prevalere sono la psicologia, la metafisica della suspense assoluta e un nucleo profondo di sentimenti oscuri (“the dark side”…). Il tutto attraverso un assoluto controllo narrativo e un ritmo quasi perfetto.

“La spiaggia era nuovamente deserta. Riuscivo a vedere il camino di pietra del cottage, attraverso un varco nel folto degli alberi. Provai l’improvviso, inesplicabile impulso di correre via. Tirai Jasper per il guinzaglio e risalii ansando lo stretto e ripido sentiero nel bosco, senza più girarmi a guardare. Non sarei tornata al cottage o alla spiaggia neppure per tutto l’oro del mondo. Era come se laggiù, nel giardinetto invaso dalle ortiche, ci fosse qualcuno in attesa. Qualcuno che osservava e ascoltava.

Jasper abbaiava, mentre correvamo. Pensava che si trattasse di un nuovo tipo di gioco. Continuava a cercare di mordere la cintura e di strapparla. Non avevo notato quanto fossero fitti gli alberi, qui. Le radici si allungavano sul sentiero, come viticci pronti a far cadere i passanti. Dovrebbero fare un po’ di pulizia, pensai mentre correvo a perdifiato. Maxim doveva mandare qui qualcuno. Quel sottobosco era privo di fascino e di senso. Bisognava tagliare quei grovigli di arbusti, per dare luce al sentiero. Era buio, troppo buio. Quell’albero spoglio di eucalipto, soffocato dai rovi, sembrava l’arto pallido e scolorito di uno scheletro, e ai suoi piedi correva un rivoletto scuro e fangoso, intasato dalle piogge di anni, che gocciolava silenzioso fino alla spiaggia sottostante. Gli uccelli qui non cantavano, come facevano nella valle. C’era un silenzio diverso”.

<“Rebecca la prima moglie” – ha scritto Daria De Pascale – è la dimostrazione più lampante cha la du Maurier ha sempre avuto, durante tutto il suo percorso artistico, la capacità di coniugare l’analisi più profonda dell’animo umano con la costruzione di una narrazione lieve e avvincente>.

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