Libro: Cuori rossoblù – Luca Telese

“Cuori rossoblù” racconta la leggenda di Gigi Riva e dello scudetto “impossibile” del Cagliari. Un libro, in bilico tra racconto e inchiesta, che tratteggia la storia di sedici campioni, guidati da un allenatore ironico e geniale, e di un’isola “ai confini dell’impero”, che si ritrovarono improvvisamente al centro del Paese. Una grande storia italiana, forse l’ultima sulla scia del boom economico; il colpo di coda del secondo dopoguerra.

Telese, attraverso una serie di aneddoti, ci riporta a quel 1970, alle voci di un gruppo di ragazzi che, prima di tutto, erano figli della guerra e della fame. Voci contadine, operaie, che arrivavano dalle valli, dalla provincia, dalla nebbia; molte, dal profondo Nord.

Da Riva a Tomasini, da Niccolai a Domenghini, tanti di questi campioni avevano alle spalle anni di drammi o di miserie, famiglie numerose e biografie radicate in un Paese che oggi non esiste più: padri severi e madri provvidenziali, collegi, seminari, orfanotrofi, lavori precoci in fonderia o in fabbrica. Un mondo in cui, per molti, il calcio rappresentava l’unico “ascensore sociale”.

Per questo ha ragione l’autore – che ha scritto soprattutto un libro sulla sofferenza e sul riscatto, umano e sociale – quando dice: <“Cuori rossoblù” è un racconto ambientato nel calcio ma non è un racconto di calcio. È un racconto di uomini. È il racconto di un’impresa, un piccolo grande apologo sull’imponderabilità del destino>.

“Noi eravamo un gruppo di ragazzi che sono diventati uomini sul campo. Insieme. Per questo ci sentivamo imbattibili. Ma dietro la corazza che mi ero costruito, io avevo continuato a fare i conti con me stesso: ero pieno di dubbi, di insicurezze. Le stesse che devo tenere a bada da una vita. Non da solo, dunque, ma grazie ai miei compagni sono diventato quello che tutti conoscono. Ero senza famiglia e ne ho trovate tante sulla mia strada: quella del pescatore, che m’invitava a cena, quella dell’edicolante, del macellaio, del pastore. Quella della mia squadra.

Quando giocavamo a Milano, a Torino, c’erano cinque-sei mila sardi che arrivavano dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia. Ed era vero che giocavamo anche per loro. Rappresentavamo tutta la Sardegna ma nessuno di noi era nato qui. La maggior parte di noi, però, è rimasta in quest’isola. Forse perché la cosa più importante della nostra storia è questa: non essendo sardi, abbiamo scelto di diventarlo. Dapprima inconsapevolmente, poi consapevolmente, lo abbiamo voluto e lo abbiamo fatto. Per la vita” (Gigi Riva).

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