Per il tenente di polizia Frank Mooney la vita è una serie infinita di problemi e complicazioni, anche personali. Finché non viene completamente assorbito dal caso forse più difficile e straziante della sua carriera: la caccia a uno stupratore e omicida seriale che la stampa ha soprannominato Ombra Danzante. Nonostante gli sforzi di Mooney e dell’intero dipartimento di polizia di New York, l’Ombra Danzante ha già accumulato un numero notevole di vittime e sono entrati in campo anche il sindaco e i suoi scherani, che pretendono una soluzione rapida e un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica. Le cose, però, si complicano quando Mooney comincia a sospettare che l’Ombra abbia a sua volta un’ombra: un copycat che ne imita perfettamente i delitti. C’è quindi il rischio concreto che gli assassini da assicurare alla giustizia siano due…

Questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1989, conclude la trilogia inaugurata da Herbert Lieberman con “Città di morti” (che ha vinto il prestigioso Grand Prix de Littérature Policière) e proseguita con “Il fiore della notte”. “Caccia alle ombre” conferma, una volta di più, l’unicità e il talento di uno scrittore finora ingiustamente trascurato, anche perché forse troppo in anticipo sui suoi tempi.

Leggendo i romanzi di Lieberman, che pure è alla base dell’evoluzione e della sperimentazione del giallo contemporaneo, si capisce come il noir sia sempre per lui soltanto un involucro, un contenitore. Memore della lezione di autori come Dostoevskij, Kafka, Faulkner, la scrittura del drammaturgo e romanziere americano, abilissimo creatore di storie, possiede infatti una sapienza formale che scaturisce da un’idea di narrativa più ampia e in grado di imporsi su quella di genere. Una lingua, la sua, accurata, che non resta in superficie (né dei caratteri né degli snodi narrativi) e che non cela mai la profondità, il riverbero; figlia di una tendenza fortemente introspettiva.

“Di lì a breve una serie di girandole sgargianti e variopinte iniziava a ruotare davanti ai suoi occhi. La quotidiana monotonia dell’ambiente circostante, composta da sfumature malva e grigi fuligginosi, si trasformava in un accecante caleidoscopio di forme e colori. Il bestiario inciso nella testata del letto si abbandonava a una danza vertiginosa. Gli occhi degli animali scintillavano come tizzoni ardenti. La musica usciva così amplificata dagli auricolari del walkman che alla vecchia non sembrava più di ascoltare i suoni ma di esservi immersa, facendo capolino di tanto in tanto. Il momento più intenso era quello in cui la musica prendeva forma davanti a lei, sotto forma di lunghe linee continue e filiformi. Rimanevano sospese a mezz’aria come tanti fiocchi colorati, filamenti di materia vivente che danzavano senza mai fermarsi e disegnavano motivi sempre diversi, sempre più stratificati, sempre più complessi. Come una foresta fitta e scura, ti invitavano a entrare finché non ti sentivi completamente smarrito. Suki si era spinta solo fino a un certo punto, mai oltre. Grazie alla sua capacità di regolare i dosaggi poteva concedersi quelle oasi di libertà. Era sufficientemente scaltra da sapere che se avesse ceduto al forte e oscuro richiamo di quella foresta, se si fosse addentrata troppo, avrebbe trovato realtà che non voleva conoscere. Poche cose la spaventavano, e in cima alla lista c’era la sua predisposizione alla follia”.

Lieberman, e questo poche righe lo dimostrano, “non solo è capace di creare suspense ma pure di dar vita a personaggi che non siano figurine ritagliate nel cartone”, grazie alla sua abilità nel penetrarne la psicologia, senza dare giudizi ma anche senza edulcorarne i tratti peggiori. Un grande autore tragico alle cui storie, non a caso, fa da sfondo e da coprotagonista la città di New York, quella degli anni Settanta e Ottanta, la capitale del crimine, la metropoli che faceva paura.

“Con ‘Caccia alle ombre’ – ha scritto Paola Zanuttini – prosegue la riscoperta di Herbert Lieberman. Anzi: la tardiva scoperta perché fino alla pubblicazione nel 2018 dello strepitoso ‘Città di morti’, romanzo del remoto 1976, praticamente nessuno in Italia sapeva chi fosse questo vecchio (86 anni) scrittore newyorkese spietatamente noir. Due cose, tra le tante, colpiscono di ‘Caccia alle ombre’. Una, è la capacità di Lieberman di trattare la follia non come un deus ex machina per risolvere o aggiustare un plot, ma come dispositivo che rispetta le regole: quelle della psichiatria e quelle della narrazione. L’altra, è l’epilogo che, come in tutti i non finali dell’autore statunitense, quasi non c’è. Un approccio, alla fine, molto cinematografico. O, se preferite, esistenzialista”.

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