Libro: Addio, mia amata – Raymond Chandler

Grazie al suo lavoro, il detective privato Philip Marlowe potrebbe arrivare a fine mese guadagnando quanto basta, senza per forza passare da un guaio all’altro. Specie quando si muove, come qui, nel suo ambiente naturale, la Los Angeles dei locali notturni. Ma purtroppo, anche se a vederlo non si direbbe, è curioso. E se davanti a un locale – mentre indaga su tutt’altro – nota un figuro in cappotto sportivo, palline da golf per bottoni e un abbacinante paio di scarpe di coccodrillo, vuole saperne di più. Quindi lo segue all’interno, finendo a contatto ravvicinato col temibile Moose Malloy, e si mette poi sulle tracce della sua molto rimpianta vecchia fiamma, l’ancor più temibile Velma Valento…

Con “Addio, mia amata”, pubblicato per la prima volta nel 1940 e ora riproposto in una nuova edizione dalla casa editrice Adelphi, ci troviamo dalle parti di quel genere narrativo, l’hard boiled (un giallo più crudo, con una rappresentazione per nulla edulcorata del crimine), di cui Raymond Chandler è stato senza dubbio un indiscusso maestro. Creatore di un universo letterario nel quale l’era del post-proibizionismo veniva a configurarsi come una specie di elemento generatore di sistemi corrotti, le cui zone d’ombra permettevano al detective Philip Marlowe, protagonista dei romanzi dello scrittore americano, di esistere.

In “Addio, mia amata”, sin dalle prime righe, udiamo la voce di Marlowe senza sosta: una voce ironica, eloquente, smaliziata. Quella di un uomo dalla battuta fulminante, non immune da certe fragilità e segnato da una sorta di sciatta fallibilità, alle prese con un mondo nel quale la soluzione di un crimine non sembra mai implicare il ritorno ad uno stato d’innocenza. Così nei libri di Chandler la soluzione dell’enigma appare, alla fine, quasi un pretesto; l’occasione per una riflessione sociale ed esistenziale più ampia, che si lega ad un pessimismo di fondo. La scelta di utilizzare il giallo per trattare questioni sostanziali in grado di scavalcare i cambiamenti e le epoche, dando un senso più complessivo alla storia raccontata, si riverbera anche nello stile dello scrittore di Chicago, capace di inserire la ricercatezza letteraria della tradizione nel modello pulp, come dimostrano queste poche righe tratte dal romanzo: “Il profumo di salvia che saliva da un canyon mi ha fatto pensare a un morto e a un cielo senza luna. Sul fianco della collina c’erano case a stucco simili a bassorilievi. Poi solo le colline immobili e buie ai piedi dei monti, sovrastate da un paio di stelle precoci. Su un lato del nastro di cemento, un ripido burrone coperto da un intrico di arbusti di quercia e uva ursina – uno di quelli dove, a volte, se ci si ferma restando in silenzio, si sente il richiamo delle quaglie. Sull’altro lato c’era un terrapieno di argilla grezza, al quale alcuni fiori selvatici si aggrappavano come mocciosi che non vogliono saperne di andare a dormire”.

<<Una prima cosa stupefacente di Chandler – ha scritto Corrado Augias – è che “Addio, mia amata” uscì per la prima volta poco meno di un secolo fa. In tutto questo tempo nulla ha perso in attualità, vivacità di dialoghi, disegno di caratteri, efficacia dell’intrigo. Gran parte del merito si deve al protagonista Philip Marlowe, un personaggio nato perfetto e mai più modificato, sempre fedele al suo disincanto del mondo in genere, della California in particolare>>.

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