Libri: Vincenzo Cerami – Un borghese piccolo piccolo

“Un borghese piccolo piccolo” (1976) racconta la feroce e sanguinosa vicenda di Giovanni Vivaldi, impiegato di un ministero romano, che tenta di farsi largo nel mondo tra sotterfugi e piccole furbizie, dimostrando di essere pronto a tutto per garantire al figlio quel benessere che lui ha potuto solo sfiorare. Giovanni, nonostante sia un convinto cattolico, arriva perfino ad iscriversi ad una loggia massonica, pur di acquisire amicizie e favoritismi, ottenendo anticipatamente la traccia della prova scritta del concorso ministeriale che il figlio Mario dovrà sostenere. La mattina dell’esame, però, alcuni malviventi rapinano una banca e Mario, a seguito di una sparatoria, resta colpito mortalmente. L’evento tragico stravolgerà la vita di Giovanni e di sua moglie Amalia…

Questo piccolo capolavoro di Vincenzo Cerami, ora riedito con una prefazione di Nicola Lagioia da Garzanti, si presenta come un romanzo sociale che, pagina dopo pagina, finisce con l’assumere i contorni di un affresco crudele e lungimirante dello spirito degli anni Settanta, con il suo carico di “spietatezza” e i suoi lati oscuri; un lavoro che sembra alludere tacitamente al cambiamento antropologico, alla massificazione in atto nel nostro Paese proprio a partire da quel decennio (un aspetto messo in luce anche dal regista Mario Monicelli che, nella pellicola tratta dal romanzo, metteva al centro del suo discorso filmico, come a prendere coscienza di questa avvenuta mutazione antropologica, la “dissoluzione” della commedia all’italiana…).

Cerami delinea qui – con “l’esattezza di una lente di ingrandimento puntata sulla bruttezza senza riscatto che regna nel cuore del nostro consorzio civile”, per usare le parole di Italo Calvino – il personaggio di un provinciale inurbato, arrivato a Roma dall’Abruzzo e sempre più “abbrutito” dalla città, nel quale convivono spinte misogine, lotta per la sopravvivenza, familismo amorale, qualunquismo e solitudine. Un borghese piccolo piccolo, per l’appunto: l’epitome dell’italiano medio, con la sua fragilità e il suo infantilismo, che, sprovvisto di tutto, finisce col diventare un mostro.

Lo scrittore romano, non disdegnando qualche incursione in territori “fantozziani”, modella con impietoso distacco una materia sordida, “sporca”, avvalendosi di uno stile conciso, inesorabile, immune da qualsiasi concessione al colorismo che non sia la tinta cinerea dell’anonimato e della mancanza di ogni relazione sociale.

Quando fermò la macchina davanti al capanno di sua proprietà tutto si fermò intorno a lui. Scese e sentì subito il cuore che a calci sullo sterno gli chiedeva di ritornare indietro.

Restò fermo a fissare la porta d’ingresso e fece mente locale della situazione.

Non esitò: raccolse da sotto il sedile il martinetto e dalla tasca la chiave. Aprì, entrò col gomito davanti agli occhi come a proteggersi da un improvviso crollo della baracca.

L’assassino c’era ancora, naturalmente, sempre ben legato alla sedia, ma quest’ultima non stava più al suo posto: il giovane, in un momento di coscienza, si era proteso in avanti e aveva fatto un capitombolo; quindi era riuscito a trascinarsi per qualche metro, con la sedia appiccicata addosso come la casetta di una tartaruga. Di più non aveva potuto fare e ora giaceva con la febbre a quaranta, privo di forze, bocconi, in mezzo ai barattoli di vernice secca.

Giovanni si avvicinò con cautela, forse eccessiva data la disparità di forze.

L’assassino sussultò d’improvviso facendo rumore con la bocca. Riaprì appena gli occhi per vedere un altro balenio di riflessi uguale a quello che gli aveva coperto di sangue il volto e fatto perdere i sensi la prima volta.

Giovanni aveva colpito di nuovo, giusto in piena faccia; un fiotto di sangue gli coprì la mano. Non se ne curò, afferrò la sedia per le gambe e la trascinò accanto al palo, dove stava prima; la rimise in piedi e si macchiò la giacca e un po’ di camicia. Dal naso fracassato del giovane criminale usciva sangue rosso puro”.

<<Dietro alle spalle del protagonista di “Un borghese piccolo piccolo” – ha scritto Massimo Raffaeli – sfilano

da lui inavvertiti gli Anni di Piombo, come furono detti, ma paradossalmente si preparano quelli del riflusso generalizzato che alla conflittualità sociale opporranno alla fine, scrisse il giurista Pietro Barcellona, i miti dell’individualismo proprietario e di un “egoismo maturo”>>.

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