“Il mare di Federico”, Fellini secondo Zanetti

Autore radiofonico e televisivo, regista, scenografo, costumista, Gian Franco Zanetti si è posto, alla maniera forse della foto di scena dal film “Che strano chiamarsi Federico!” di Ettore Scola, riprodotta sulla copertina del volume pubblicato per il Ponte Vecchio, a contemplare l’amplissimo orizzonte, denso di riflessioni e significati, dei mari felliniani

Questo suo Il mare di Federico (La presenza del mare nei film di Federico Fellini & “cartoline” dalla Rimini balneare degli anni 60), edito con prefazione di Bruno Zanin, il “Titta” di Amarcord, rappresenta anche una sorta di gioco di identità tra il regista (che Zanetti conobbe ai tempi della lavorazione de E la nave va, e l’autore del volume, nella parte in cui racconta i siparietti di estate riminese.

«Un libro – dice Zanetti – iniziato diversi anni fa in occasione del mio ritorno abitativo a Rimini, da cui, come il Moraldo dei Vitelloni, me ne partii poco più che ventenne per abitare molti anni a Roma, e poi a Bologna, Padova, eccetera; il desiderio di segnare questo “ritorno a casa” era nato dall’idea di celebrare l’elemento che, nel bene e nel male, differenzia e caratterizza Rimini dalle altre cittadine della Romagna: il mare».

Zanetti, in che maniera la presenza che definisce costante e significativa del mare nei film di Fellini appare come «un ponte per l’altrove»?

«Il mare è la presenza della natura (in genere poco rappresentata nei suoi film) che il maestro riminese predilige, raccontato come il luogo da cui sorge l’ispirazione, un trampolino verso l’ignoto e il mistero, la fonte dell’evocazione mitica che conferisce un respiro ampio, poetico e metafisico alla dimensione quotidiana e terrena. Diventa lo spazio infinito verso cui proiettare i propri sogni, le proprie aspirazioni, l’elemento che le assorbe placandole e trasformandole, che porge interrogativi, che suscita ammirazione e meraviglia, ma anche sgomento e inquietudine. A volte è il luogo familiare e amichevole legato all’infanzia, associato al candore della fanciullezza, alla naturalezza domestica, come nei Vitelloni, in Roma o Amarcord, o legato alla presenza di contenuti salvifici o di redenzione, come ne La strada, La dolce vita, , mentre in altre mostra una faccia più severa, misteriosa e inquietante, fonte di pericolo e di minaccia, di decadenza o di rivelazioni smitizzanti, come ne Lo sceicco bianco, o in Satyricon e Casanova. In base a tutte queste valenze cariche di suggestione, il mare è da considerarsi come un vero e proprio personaggio, il cui significato drammaturgico è quello di essere appunto un ponte per l’altrove».

All’inizio della filmografia felliniana, lei ha messo in evidenza il ruolo in qualche modo “salvifico” e ancestrale, che assume il mare.

«Il mare de I vitelloni ha valenze diverse rispetto a quello di La strada, proprio perché esso, essendo elemento carico di significati complessi come quelli di un personaggio, assume facce diverse a seconda del contesto drammaturgico. Nel primo il mare ha una valenza dialettica: è visto come elemento amico e familiare, carico anche del fascino di una natura potente (come nella scena dei cinque vitelloni davanti al mare d’inverno in burrasca), oppure inquietante. Ne La strada invece il mare è sempre legato al significato positivo della protagonista, ne è un prolungamento misterico carico della stessa purezza, fino alla struggente scena finale in cui egli va a morire proprio accanto a quell’acqua simbolo di quell’anima “salvifica”, candida e angelicata, della protagonista».

Perché da “8½” diventa invece quello solcato dalle acque cupe e profonde della psiche?

«Il racconto della dimensione onirica si sposta all’interno dei personaggi, ne analizza i conflitti e i fantasmi, divenendo la cifra stilistica con cui Fellini descrive le sue storie. Il sogno è dapprima sovrapposto alla natura in certi momenti circoscritti e la connota in modo onirico; poi viene mostrato per se stesso, senza alcun filtro, invadendo l’intero film e divenendo protagonista con i protagonisti».

Ma nel finale de “La voce della luna” non c’è il mare. Perché?

«In quest’opera-testamento, stranamente il mare è assente. Un io subacqueo è immerso in un mare simbolico che elimina i frastuoni, come ricorda la frase emblematica del trasognato protagonista Ivo (Roberto Benigni): “Io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessero un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”».

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