Con “Broken”, che raccoglie alcuni romanzi brevi, Don Wislow ritorna ai temi fondamentali del suo universo letterario e ad alcuni dei suoi personaggi più amati. Sei storie – pensate, almeno in parte, come altrettanti tributi a Raymond Chandler, Elmore Leonard e Steve McQueen – che tratteggiano un mondo di ladri, detective privati, poliziotti, spacciatori, cacciatori di taglie e fuggitivi, in cui lo scrittore americano va ad esplorare quel connubio di nobiltà e violenza che definisce, da sempre, la condizione umana.

Corruzione e vendetta, perdita e tradimento, colpa e redenzione, si alternano in questi racconti che guardano al substrato della società, al suo ventre molle, configurandosi anche come un affresco dell’America di Trump. Wislow, che nella catena dei racconti inserisce con abilità personaggi già presenti nei romanzi precedenti, “sa coniugare il virtuosismo tecnico con le infinite possibilità dello stile”, avvalendosi di una scrittura che a tratti mostra una “densità” fuori dal comune e riuscendo nell’intento di farci tremare e sorridere, commuovere e riflettere, grazie al suo superbo senso della realtà, alla sua capacità di essere profondo senza alcuna ostentazione. Una formula, quella dello scrittore newyorkese, molto personale, sempre in bilico tra narrativa di genere e analisi sociale, tra intrattenimento di qualità e quadri di vita vissuta di matrice naturalista.

“Cal non riesce a togliersi dalla testa la bambina.

Luz.

Quegli occhi.

Il suo sguardo. Un’accusa?

O una domanda?

Quale domanda?

Puoi aiutarmi? Puoi trovare la mia mami e il mio papi?

O forse chiedeva che tipo d’uomo sei?

Bella domanda, cazzo, pensa Cal, estraendo dalla carta stagnola il burrito comprato a un fast food. Ci vuole una certa abilità: una mano al volante, mentre l’altra svolge il burrito, ne prende metà e lo porta alla bocca. Ma Cal ha fatto molta pratica. I commessi dei drive-through lo conoscono per nome.

Ha trentasette anni, né moglie né figli, vive sul lato est di El Paso in un miniappartamento con mobili a noleggio. Un paio di anni prima aveva avuto una relazione seria con una donna di nome Gloria, maestra d’asilo, ma lei l’aveva lasciato perché non riusciva a ‘toccarlo’.

‘Sei così immerso in te stesso che non riesco a toccarti’ aveva detto. ‘E sono stufa di provarci. Non ce la faccio più’.

Cal aveva finto di non sapere cosa volesse dire, ma lo sapeva. Sua madre diceva qualcosa di molto simile riguardo a suo padre, e quello è probabilmente il motivo per cui se n’era andata. Cal sa di essere come il suo vecchio, ma probabilmente come tante altre persone, la cui parte migliore è intrappolata dentro la parte peggiore e non riesce a venire fuori.

Morde la bustina di salsa piccante per aprirla, ne versa un po’ sul burrito e pensa che forse la stessa cosa vale anche per le nazioni, che in qualche modo anche come popolo mettiamo sotto chiave la parte migliore di noi stessi e non ce ne rendiamo conto, nemmeno quando teniamo in gabbia dei bambini.

Allora, tu che tipo d’uomo sei?, si chiede.

Bella domanda, cazzo”

Sono tanti, in “Broken” (vi segnaliamo, un racconto su tutti: il neo-western “L’ultima cavalcata”…), gli elementi che colpiscono: basti pensare alla misura che caratterizza la costruzione dei personaggi, spesso legati a categorie ben riconoscibili ma lontani dal rischio di cadere nello stereotipo; alla “sovrapposizione tra crudeltà dal vero ed effetti metaforici che sembra rimandare al “Kill Bill” di Quentin Tarantino”; all’abilità con cui Wislow inserisce, nella narrazione, squarci di puro umorismo; o, ancora, al suo orecchio per i dialoghi.

“Don Wislow – ha scritto Luca Briasco – ha sempre avuto la capacità di sussumere e rielaborare l’intera tradizione del poliziesco americano, offrendone una versione che sa essere, come dimostra anche ‘Broken’, nuova e inventiva, senza però mai ricorrere alle rivoluzioni o alle deliberate distorsioni di un Ellroy”.

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libro

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