Libri, “Care compagne e cari compagni” di Onide Donati

«Il Partito comunista italiano fu un baluardo della democrazia costituzionale, difendendola quando la Dc al governo non avrebbe escluso una svolta autoritaria, negli anni durissimi della Guerra fredda, anni nei quali la democrazia fu un gioco poco limpido in molti Paesi del mondo occidentale, e soprattutto nel nostro, dove non si praticò mai la regola aurea dell’alternanza e un partito con i suoi alleati, di destra o di sinistra, restò al governo per mezzo secolo senza interruzione» (Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York).

In vista del Centenario

Manca poco al centenario della nascita del Pci (21 gennaio 1921-2021). Per celebrare l’anniversario, le edizioni Strisciarossa pubblicano il volume Care compagne e cari compagni. Storie di comunisti italiani che, con la prefazione di Livia Turco, le vignette di Ellekappa e Staino e un nutrito apparato fotografico, raccoglie le storie di 13 militanti comunisti. Tra gli autori – giornalisti quasi tutti provenienti da l’Unità – anche il bellariese Onide Donati. Il libro è un affresco della storia umana del partito che fu comunità di ideali – in parte svaniti strada facendo con i carri armati a Budapest e a Praga e la legge marziale in Polonia – comunque ancorati a principi e valori democratici profondamente radicati.

Conselice avamposto riformista

Il racconto di Donati si concentra su Nerio Cocchi, per 49 anni (dal 1960 al 2009) amministratore a Conselice, nel Ravennate, e «sintesi perfetta del comunista emiliano-romagnolo. O – se volete – del riformista pratico nel fare, diligente e fedele alla linea, guidato più dagli obiettivi da raggiungere che dall’ideologia» scrive il giornalista, riconoscendo nel “don Camillo” locale (il parroco Pietro Mongardi) il contraltare di questo “Peppone”, riformista ante litteram.

È proprio a Conselice, infatti, che cade negli anni Settanta il muro fra comunisti e cattolici e dove, nel 1995, «ci sono le condizioni per trasformare la collaborazione in una sorta di laboratorio politico che anticipa di qualche anno l’Ulivo».

«Possiamo considerare Conselice un modello?» si chiede Donati. «Probabilmente sì. Qui, ma anche in tutta la Bassa Romagna, la capacità della politica è stata quella di adattarsi al mutare dei tempi con un’idea di progresso che unisse crescita e socialità». La storia di Cocchi non parla solo di buona amministrazione ma di riscatto sociale, giustizia, equità, cooperazione.

Esempi virtuosi

Tra le altre testimonianze, nel volume trova posto la vita avventurosa di Luciana Romoli, la «partigiana ragazzina» che a 8 anni si ribellò alle leggi razziali e nella Resistenza con la sua bicicletta beffò decine di volte tedeschi e fascisti. O quella di Rosolino Cottone, prima partigiano poi instancabile animatore della quotidianità dei baraccati, delle borgate, degli emigrati. Storie fatte di contatto con il territorio e di volontariato nei quartieri più disagiati. Di letture nelle sezioni, che diventavano aule di studio e riflessione, il posto dove si incrociavano bisogni e si scambiavano saperi. Ognuno metteva quello che aveva. Come i compagni della sezione Gramsci di Roma, che per tirare su un parco tra i palazzoni e il degrado negli anni 70 occupano il terreno e il resto arriva da quel tessuto collettivo che il Pci sapeva animare. Gli edili portano scarti di lavorazione del travertino. Un piccolo imprenditore scavatrice e schiacciasassi; il camion arriva da una cooperativa di traslochi. Tutti si rimboccano le maniche.

Anche questo era il Pci.

Dove trovare il libro

In Romagna è in vendita a 16 euro alle librerie Coop di Imola, Lugo, Ravenna, Cesena, Rimini e alla cartoleria Magicabula di Conselice. Oggi alle 18 verrà presentato in diretta streaming su Meet (codice: hvi-zzgo-qam) da Livia Turco grazie alla collaborazione di Coop Alleanza 3.0.

Ma la discussione continua

«Il Pci – afferma ancora la politologa Urbinati, bellariese come Donati, in margine al dibattito di questi giorni sulla scissione di Livorno – difese le istituzioni democratiche. Lo si vide nel 1948 con l’attentato a Togliatti, con il Governo Tambroni nel 1960, ma lo si vide ancora nel 1977 e nel 1978 (rivolta dell’autonomia operaia con attacco frontale molto simbolico a Bologna e il rapimento Moro che volle dire seppellimento del progetto di avvicinamento del Pci al governo). Questo il grande paradosso che si mostrò, soprattutto negli anni del terrorismo che subì un’impennata a partire dal ’77: il Pci non ammise ufficialmente mai di essere compiutamente un partito socialdemocratico (mentre lo era già dovunque amministrava; e soprattutto lo era proprio quando volle fare dell’Emilia un modello di governo di società). Tuttavia, difese fino all’ultimo le istituzioni della democrazia parlamentare, a costo di perire nell’impatto. Venne sciolto nel 1991 a Rimini (ironia della storia, la morte fu annunciata a Bologna dove aveva ricevuto l’assalto nel ’77) dopo aver difeso strenuamente le istituzioni democratiche (dal terrorismo e dalla sfigurazione clientelare dei partiti di governo) che aveva contribuito a creare. La funzione del Pci fu quella di aver contribuito a edificare e a consolidare la democrazia in un Paese che ne era geneticamente a digiuno. La sua fu a tutti gli effetti una funzione fondativa e costituente; una funzione a termine, come tutti i processi fondativi e costituenti, ma che infuse in quelle origini gracili il senso civico del rispetto del patto costituzionale e dell’accettazione dell’avversario – educando alla democrazia, appunto». V.B.

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