RIMINI. Meretrici, cortigiane, spadaccine, etère, filosofe, escort, letterate, signore della notte e poetesse: nel suo ultimo “Quella sporca donnina” (maggio 2020, Milano, Utet, pp. 245) la scrittrice Lia Celi, celebre firma di “Smemoranda” e “Cuore”, autrice di numerosi programmi radio e tv, e scrittrice con all’attivo diversi romanzi e saggi, porta sulle pagine protagoniste intense, complesse, forti.
Con un titolo che inevitabilmente rimanda a “Quella sporca dozzina” di Aldrich – pellicola che raccontava di galeotti ingaggiati per una rocambolesca missione di guerra – la raccolta ci regala dodici ritratti di donne che si sono mosse lungo tre millenni, facendo di loro stesse delle icone.
Lia, quale è stata l’occasione che ha dato vita a queste pagine?
«Ero in ospedale, appena risvegliata da un intervento, e non potendo ancora leggere o usare il cellulare, inventavo mentalmente calembour su titoli di libri o film. E quando mi è venuto in mente “Quella sporca donnina”, ho pensato che qualunque libro con questo titolo sarebbe stato un successo, perfino un testo di storia. Ma le “donnine” per eccellenza sono quelle “allegre”, quindi non poteva essere che un libro incentrato sulle vicende di celebri cortigiane, dalla Bibbia ai giorni nostri».
Le sue “donnine allegre” appartengono ad ambienti sociali diversi, hanno indole differenti e un background composito, scelgono il mestiere per necessità o per spirito d’avventura, eppure sono legate dal fil rouge dell’amore, declinato differentemente ma posto al centro dell’esistenza. Già in passato – penso a “Caterina la magnifica. Vita straordinaria di una geniale innovatrice”, “Casanova per giovani italiani” e “Le due vite di Lucrezia Borgia. La cattiva ragazza che andò in Paradiso” – si è concentrata su figure femminili e ora ritorna a parlare di femminilità, amore, donne. Quale il valore, soprattutto in questi tempi, di pubblicazioni capaci di regalare figure femminili così forti ed emblematiche?
«Di questi tempi non mancano raccolte di biografie di donne, basti pensare alle tante “bambine ribelli” che sbancano le librerie, ma si tratta sempre di artiste, scienziate, musiciste, “prime della classe”, brave ragazze ingiustamente oscurate da uomini nel loro stesso campo. Io volevo parlare delle “ultime della classe”, che sono riuscite a conquistare un posto nella storia, esercitando l’unica professione in cui i maschi non potevano fare loro concorrenza, e soprattutto accettando gli uomini per quello che sono, senza illusioni né aspettative – e forse per questo sono state molto amate. Comunque non escludo che uno storico un giorno possa raccontare le storie di “sporchi omini” famosi che si sono fatti strada nel mondo con le stesse armi delle “donnine”…».
Pearl De Vere, Harriette Wilson, Frine, Cora Pearl, Blanche d’Antigny, La Paiva, Veronica Franco: le sue protagoniste hanno saputo essere iconiche, esercitando il mestiere più antico del mondo, che avrebbe potuto crear loro problemi di esclusione e invece ne ha messo in evidenza la fierezza e il carattere. Quelli presenti nella raccolta sono ritratti femminili che, se da un lato dimostrano ancora una volta il suo amore per la storia, quella passione che l’ha condotta – con il giallo “Ninnanna per gli aguzzini” scritto insieme allo storico Andrea Santangelo – a trovare spazio tra i finalisti del premio “Nebbia Gialla”, nato da un’idea dello scrittore e giornalista Paolo Roversi, e giunto ormai alla sua undicesima edizione, dall’altro attestano la forza delle donne, che nelle diverse epoche hanno regalato compagnia, attenzione e vicinanza che andavano molto al di là del solo appagamento sessuale. Come le ha scelte?
«Ho cercato di spaziare in tutte le epoche e in (quasi) tutti i continenti: è rimasta fuori l’Australia, che forse meriterebbe una trattazione a sé visto che un tempo le “donnine” spesso vi venivano deportate dall’Inghilterra. Non è stato facile scegliere tra le “grandi orizzontali” del secondo Impero, ho proposto la storia della Paiva ma mi è costato scartare quelle, altrettanto appassionanti, di Cora Pearl o di Lola Montez. Poi ho dovuto selezionare quelle su cui esistevano fonti a sufficienza: per Eglé, la prostituta fedele a Maria Antonietta e giustiziata poco dopo di lei, c’erano pochissimi riscontri e ho dovuto lavorare molto per ricostruirne il processo. La mia preferita è certamente Pearl DeVere, la maîtresse amata dai cercatori d’oro: la sua fine tragica e misteriosa rende la sua vita un piccolo, struggente romanzo».
Le donne che si muovono tra le pagine di “Quella sporca donnina” hanno una fortissima valenza attuale, non solo perché non si è mai smesso di “vendersi” ma anche perché spesso la contemporaneità ci porta innanzi a individui costretti a ingegnarsi per garantire la sopravvivenza alla propria famiglia, confrontarsi con il potere e invalidanti stereotipi. Quale è la valenza attualizzante dei ritratti che si muovono tra le pagine del suo libro, un “feel good book”, che promuove la libertà, la dignità e la volontà «di non permettere a qualcun altro di decidere il nostro prezzo»?
«Il mio libro vuol essere un antidoto all’ipocrisia, anche quella che circonda la prostituzione, mestiere “degradante” solo per chi la assimila automaticamente allo sfruttamento e alla schiavitù (che ci sono e vanno combattuti), e per chi assegna al sesso compiti e significati filosofici, politici o religiosi e quindi lo ammette solo all’interno della coppia o del matrimonio, a fini affettivi o procreativi. Anche il tabù del “sesso a pagamento” è ipocrisia. Come sostiene la sex-worker Emma Nicole in un Ted-talk su YouTube, se paghiamo chi ci fa la dichiarazione dei redditi o un massaggio, perché non possiamo pagare, e anche molto, per avere un “servizio alla persona” che soddisfa il nostro bisogno di compagnia e di piacere fisico? E dico “nostro” perché anche una donna potrebbe volersi regalare ogni tanto una serata da Cleopatra con un professionista della seduzione, ma senza strascichi o complicazioni sentimentali».
Appuntamento giovedì
Lia Celi presenterà “Quella sporca donnina” giovedì 16 luglio alle 21.30 alla Biblioteca Gambalunga di Rimini con la giornalista Vera Bessone.

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