Lewis e Aiello: qualcuno volò sul nido del Condor

Dopo tre anni e mezzo di percorso, il Cesena Fc sta per cambiare autista. È una berlina elegante con un difetto: consuma parecchio, soprattutto in Serie C, dove il Cesena non potrà mai correre solo per partecipare. Cede la maggioranza un gruppo societario appassionato e tifoso che lascia un mondo migliore rispetto a quello che aveva trovato, dopo avere fatto della sostenibilità il suo mantra. Stridevano solo le lamentele più o meno continue sui costi di gestione: se compri una Porsche per partecipare a una gara, lo sai dall’inizio che consuma. Si è alzata l’asticella delle ambizioni, sono aumentati i costi e arriva il cambio della guardia: nessuno pretende il portafogli di un Joey Saputo (Bologna Fc) o di un Jeff Bezos (Pianeta Terra Fc), ma la speranza di un salto di qualità appoggiandosi sulla base sana di questi anni, quella rimane.

Timore generale: il Cesena così rischia di perdere le sue radici. Dunque, cosa intendiamo per radici? In ordine sparso: cura del settore giovanile, investire sulle strutture, lavorare in sinergia e nel rispetto delle piccole realtà del territorio, regalare un’occasione tra i professionisti ai giovani del vivaio, investire al mercato su giocatori futuribili. Queste sono le radici e (per chi ci crede) contano più del giardiniere che viene da Gatteo, da Cesena o da New York. La storia in fondo ci ha insegnato che può fare danni anche quello sotto casa.

Nel parco autisti di Cesena ora sta per rientrare anche il Condor. Solo una volta Massimo Agostini venne chiamato “Il Corvo” in un servizio del Tg3 dopo un Cesena-Bologna 2-0 in A del 1988-’89, ma solo perché l’inviato Rai Pierpaolo Cattozzi non aveva capito bene il suo soprannome. Agostini sarà il referente dell’area tecnica del nuovo gruppo di maggioranza: di sicuro farà cose buone, di sicuro farà errori, ma non è questo il punto. Si sa ancora pochino di Robert Lewis, ma entrare nel Cesena da amico di Agostini (uno che a questi colori vuole bene da sempre) è un indizio rassicurante. Massimo Agostini è stato probabilmente il cesenate più forte che abbia mai vestito la maglia del Cesena: un centravanti del genere in una serie A piena di fenomeni non si è più visto. Andava in doppia cifra di reti in un Cesena che lottava contro avversari di livello mostruoso e all’epoca annusarono la Nazionale attaccanti coetanei sì bravi (Lamberto Piovanelli, il povero Stefano Borgonovo) ma che non gli erano superiori.

Il Condor è stato il primo grande giocatore romagnolo ad uscire dalla cerchia dei procuratori locali, affidandosi al gruppo Bonetto, altro segno di personalità fortissima. Fece silenzio stampa per circa un anno col Corriere Romagna per una serie di giudizi che non gradiva, incavolandosi di brutto per un suo gol in Alessandria-Cesena 1-1 del 1998 che valutammo autogol di Orocini. Però confrontarsi e parlare di calcio con l’Agostini giocatore era formativo. Ovvero: se tu dai 5 in pagella a Massimo Agostini, devi davvero essere sicuro di quel 5, perché poi quando al martedì vai al campo, lui è lì che ti aspetta col giornale sotto braccio e glielo devi spiegare bene. Senza filtri, senza addetti stampa o accompagnatori di mezzo. Solo calcio. Faccia a faccia. Magnifico. Un pomeriggio a Villa Silvia con il Condor che ti ripassa tutta la partita era un mezzo master e lì capivi il travaglio di certi arbitri di scarsa personalità quando venivano al Manuzzi, circondati da Domini e Agostini, due che erano il vero fattore campo del Cesena.

“Non sta segnando, ma professionalmente è ineccepibile” disse di lui Dolcetti nell’anno più triste del Condor, quello della retrocessione dalla B alla C. In quel campionato 1996-97, a un certo punto il Cesena andò in silenzio stampa, scelta che il Condor da portavoce del gruppo spiegò in modo indimenticabile. “Parlerò io a nome di tutti, il momento è delicato ed è giusto che la squadra proceda seguendo un’unica linea di pensiero. La mia”.

Nell’estate dopo la retrocessione se ne andarono quasi tutti, lui rimase ed era talmente carico che riportò in B il Cesena a calci nel sedere, con il ricordo epocale di un Cesena-Brescello in cui un certo Simone Inzaghi segnò due gol, gelando lo stadio. Sdegnato da cotanta arroganza, il Condor di gol ne fece tre e finì 3-2 per il Cesena nella vera spallata a quel campionato di C vinto.

Da allenatore ha avuto poca fortuna, ora debutta da uomo dell’area tecnica in un mondo che conosce talmente bene che non lo farà staccare mai, secondo una croce e una delizia vissuta in passato da altri concittadini tipo Lorenzo Minotti o Daniele Arrigoni. Di più: l’unico cesenate dirigente dell’area tecnica mitizzato dall’inizio alla fine è stato Renato Lucchi, ma qui scendiamo al Mesozoico e a un tipo di calcio dove era moderno chi riusciva a mandare un fax.

Agostini è il primo a sapere che avrà vita dura in casa, ma lo sapeva anche da giocatore, quando ci metteva i gol quando le cose andavano bene e ci metteva la faccia quando le cose andavano male. Da giocatore, Ago è stato un impasto di gol e maroni, un martello sempre in azione a cui non la potevi spiegare in modo superficiale. E se non lo convinci, lui non riesce a nasconderti i suoi dubbi. Un po’ come quello sketch di Natale del comico Paolo Rossi di tanti anni fa che fece sobbalzare la Rai. Qualcuno se lo ricorda? Faceva più o meno così: Io me li immagino Giuseppe e Maria che vanno a dormire e il clima è un po’ così. E mi immagino Giuseppe che prima di mettersi a dormire dice: “Maria, riparliamone un attimo. Non voglio menarla, ma riparliamone. Hai detto che c’è stata una gran luce e poi?”.

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