Letture: la seconda parte del racconto di Enrico Brizzi

RIMINI. Febbraio era cominciato da poco quando sui banchi del Mercato coperto si videro le prime cestine di fragole. «Sono belle, e sono nostre» assicuravano le venditrici a chi insinuava che fossero giunte surgelate dal Sud America.

Per la metà del mese, nelle campagne dell’interno cominciarono a fiorire i peschi, e ancora la gente non aveva mai messo i guanti.

«Non arriva, quest’anno, il vigliacco?» domandavano sulla Palata, ormai sgomenti di fronte al prodigio d’un inverno che secondo il calendario volgeva alla fine, ma in pratica non si era mai palesato. «Se non arriva adesso, ormai non arriva più».

«Arriverà» insistevano severi gli irriducibili, ma per quanto scrutassero la curva dell’orizzonte non s’intuiva nessun segno che annunciasse il maltempo. «E se proprio non arriva» aggiungevano, masticando amaro, «la pagheremo con la pioggia a marzo e aprile».

Al posto del furièn, che gonfia le onde e scalda il cuore alle donne, tirava dall’entroterra il vento tiepido e pigro che chiamano garbino.

Scendeva molesto dai contrafforti delle stesse montagne che quell’anno si rifiutavano, testarde, d’imbiancarsi: dal Carpegna e dal Titano, dal Fumaiolo, dall’Alpe della Luna e dai remoti passi appenninici sospesi tra le Foreste sacre del Casentino e la Bocca Trabaria. Nuvolaglie nere s’arenavano lassù per giorni, segno che sulle contrade abitate dalle genti di mezzo, Etruschi d’Arezzo, Umbri e Feltreschi, cadevano folgori e pioveva a secchiate.

Quel vento, che i Tirrenici chiamavano “libeccio” e i Romagnoli dell’interno “curèna”, si sfogava a suon di temporali sulle teste dei montanari; spazzava i ripidi appicchi del Carpegna e l’incudine gelido di Sasso Simone, dove solo dei superbi come i Toscani s’erano illusi di poter erigere una città, imboccava il Passo di Viamaggio, la Cantoniera, quindi scendeva rabbonito giù per le valli del Conca e del Marecchia, umido e carico di profumi dimenticati, carbonaie fradice e castagne arrosto, vacche al pascolo sotto gli alberi e forme di pecorino figlie d’ovili minacciati dai lupi. Il racconto completo sul Corriere Romagna in edicola oggi, 1 aprile.

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