Letture: il racconto di Arianna Babbi

La ragazza passeggiava lungo il sentiero sterrato, da un lato i rami lunghi di un noceto e dall’altro una distesa di erba medica, il tetto di casa già lontano. Ne aveva fatto un’abitudine, uscire e camminare a vuoto, mentre le vie della campagna rispondevano ai vagiti di primavera, in quella provincia pregna, sventrata. Marzo aveva riempito i fossi di erba alta e acqua stagnante, i campi di germogli molli e dei passi scuri dei gatti. Ma come da bambina, la terrorizzavano i profili dei casolari abbandonati, pieni di mosche e cose oscure, che la riguardavano dalle finestre rotte, quando si fermava a origliare il battito del loro cuore malato. Parlavano di un’epoca diversa, che si faceva spazio coi piedi di piombo del boom economico, un’epoca che credeva di aver richiuso il vaso di Pandora della guerra, della disgrazia, fuori dai confini luminosi del pianeta occidentale. E chiamiamolo velo squarciato se si erano disgregati come quello stesso delirio di onnipotenza. Prima o poi li avrebbero smantellati. Ci pensò per la prima volta quel giorno. Prima o poi li avrebbero strappati alla terra umida un mattone alla volta, divelti dalla stretta feroce dell’edera, per lasciare spazio a qualcosa di diverso, di umano, qualcosa che non portasse il marchio della bestialità e dell’abbandono.

Le case si riguardavano con gli occhi delle lucertole in mezzo al fitto dei peschi, negli intervalli larghi dei campi. Tornare per la quarantena non era stato traumatico, con la valigia tirata e i libri per gli esami in braccio, neonati urlanti. La sua introversione si adagiava candida contro i divieti, le offrivano una giustificazione per chiudersi nel silenzio molle del letto fino a tardi. I muri di casa assorbivano ogni sua velleità come le pareti senza forma di una placenta, e lei si adagiava per un momento in quell’acquario, placando le ire asfissianti del precariato e della competizione. Aveva applaudito sola per il personale sanitario alla finestra, come dicevano di fare su Facebook. Le cime degli alberi e la sera pregna di umidità l’avevano guardata con indifferenza, e nello schioccare delle sue mani nel silenzio, in qualche modo, si era sentita meglio.

Sulla distanza, davanti a sé, distinse la figura del nonno. Camminava piano, appoggiato a un bastone. Si fermava spesso, sollevava la fronte verso il cielo con un movimento lento, come le gru nei torrenti. Il nonno viveva al piano terra. Era una consuetudine di tempi più solidi, più materici, quando si dava per scontato che venire al mondo in un luogo significasse anche crescerci, allungare le ossa lungo le sue vie, aspettare un giorno in cui fosse bello anche pensare di morirci.

Agitò una mano verso di lui, da lontano, un paio di metri almeno. Il nonno l’aveva salutata con la sua lingua che era un italiano smozzicato di dialetto. Lei lo capiva, ma quando provava a parlarlo, le frasi le si impastavano tra i denti, contro il palato, come le ostie da bambina. Si erano detti le cose che si dicevano sempre, era un’ovvietà volersi bene e conoscersi poco, pochissimo, in un mortaio di timidezza, pudore e frasi già riascoltate. Un silenzio distratto si stendeva sui due metri di distanza, in quella giornata di sole e di primavera che rendeva vaga, crudele l’idea della pandemia che infuriava.

«Una volta qui ci tenevamo le anatre» disse il nonno senza preamboli. «Ne avevamo un po’. Lei gli aveva tagliato la punta delle ali, così non volavano via» la ragazza lo ascoltava, e gli alberi, e il ronzio degli insetti nell’aria tiepida. «Erano belle, avevamo una vasca piena di acqua e quando le facevamo uscire dal recinto, loro puff ci saltavano dentro e stavano lì finché non era ora che le rimettessimo dentro. Erano belle, erano» sorrideva. Lei si chiese come doveva essere avere ricordi vecchi di vent’anni che ti facessero ancora venire voglia di sorridere, col polso pesante su un bastone da passeggio. Ma il sorriso gli si era sciolto, la cera molle delle candele. «Te, te non l’avevi conosciuta, no?». «No, sono nata alcuni mesi dopo. Pochi mesi». «Ah sì. Sono ventitré anni quest’anno», si è fermato un momento come a cercare le parole giuste. «Lo so che stanno succedendo tante cose e che è giusto che restiamo in casa. L’unica cosa che mi dispiace è che le ho portato tante rose là, le avevo fatto un giardino, bello, e adesso quando ci ritorneremo saranno tutte secche. Questo un po’ mi dispiace».

In quel momento le germogliò in testa un pensiero, che gli unici discorsi davvero sensati al mondo hanno a che fare o con l’amore, o con la morte, o con entrambi. E quali squilibri esistono tra la storia e l’agire e il sentire umano, quando ci troviamo sbalzati nostro malgrado nel caos. Osserviamo i fenomeni che ci si spiegano davanti come lenzuola, cercando di dare un senso a quello che vediamo, una coerenza che smorzi la paura disarmante della perdita di controllo. Dicono che ritorneremo, ma chi conosce la storia, o anche solo la sofferenza, sa che non c’è mai un vero ritorno, ma soltanto un giorno nuovo, diverso.

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