Letture: Francesca Mazzoni racconta il “suo” virus

RAVENNA. Sono simpatiche le operatrici che, nel bel mezzo di un mercoledì mattina qualunque, suonano alla porta per farmi il tampone. Davanti ai loro grembiulini di carta velina mi viene spontaneo pensare che, più che per fronteggiare una pandemia, un abbigliamento così smilzo sarebbe adatto per spolverare una collezione di zuppiere antiche o per essere indossato dalla parrucchiera mentre ti fa la ricrescita. Sarà che mi ero preparata psicologicamente a un allunaggio sul pianerottolo da parte di uno squadrone di novelli Gagarin e avevo già avvisato i condomini di non spaventarsi nel caso si fossero imbattuti in ascensore nei Ris di Parma. Invece ecco che arrivano queste due ragazze minute e gentili e mi si smuove subito un istintivo senso di protezione, mi scatta l’empatia di default. Ché sembra quasi che le abbiano stanate dal calore delle loro case, senza preavviso e disarmate, per poi spedirle in trincea, gettarle in mezzo alla battaglia così come si trovavano, in ciabatte e ciappo tra i capelli. Magari erano affaccendate a riscaldare i broccoletti per cena o forse stavano canticchiando una filastrocca ai piedi del letto di un bimbo insonne. La prima parte del racconto di Francesca Mazzoni sul Corriere Romagna in edicola oggi, 27 marzo; la seconda e ultima, domani, 28 marzo.

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