Letture: Fabio Fiori e una finestra sull’Adriatico

Ho una finestra sul mare. Una grande finestra sul mare. Sono molto fortunato, lo so. Soprattutto in questi inimmaginabili giorni di quarantena. 21, tre settimane oggi, 28 marzo, almeno per noi romagnoli. Dalla mia finestra non vedo una riva mercantile come a Bari o Ancona, non vedo una banchina antica come a Spalato o Venezia, non vedo un molo ottocentesco come a Trieste o Ragusa. Dalla mia finestra vedo una spiaggia popolare, un palcoscenico balneare dismesso, una fotografia di Luigi Ghirri. La spiaggia, incorniciata tra due file di cabine, arancioni da una parte e verdi dall’altra, uno scivolo inclinato dal vento, una pedana a scacchi bianchi e arancioni che d’inverno accompagna lo sguardo al mare. Adriatico color perla, questa mattina. Un perlaceo crespato, memore della fiera burrasca equinoziale dei giorni scorsi. Bora d’altri tempi, Furièn lo chiamavano i marinai romagnoli, quattro giorni ininterrotti; il latrare di un lupo balcanico che qui mostra anche i denti, a differenza della costa triestina e istriana. Il vento ha portato molta sabbia e poca pioggia lungo le rive; neve marzolina invece dalle colline alle vette appenniniche.

Nell’ululare notturno del vento, due parole hanno cominciato a rimbombarmi in testa: confini e conflitti. Paronimi li chiamano i linguisti; sibili notturni fastidiosissimi per me.

Mi sveglio prima dell’alba e vado alla finestra. Il vento è bonacciato. La apro un po’. Il silenzio, il grande, meraviglioso silenzio di questi giorni, insieme all’odore del mare, piano piano leniscono dolori e ansie. Una finestra è una medicina, per il corpo e lo spirito. Non vedo ciliegi in fiore, ma con la stessa minuziosa attenzione da anni annoto la data della prima rondine, del primo rondone, del primo fraticello. Uccelli migratori che rivelano la primavera, che rinnovano il mio hanami adriatico. Ma in questi giorni la finestra mi fa venire in mente il finisterre spagnolo. La mia, le nostre finestre sono finis terrae. Luoghi da cui partire verso l’incognito, da cui salpare per viaggi reali o fantastici, comunque appassionanti. In queste settimane non posso neanche alzare la vela della mia amata piccola barca, non posso mettere la prua a Levante, facendomi guidare dal faro di Veli Rat, Punte Bianche, sull’Isola Lunga. Perciò sto ancora più spesso alla finestra che si apre da Tramontana a Greco, da 0° a 70°. Sono tornato bambino, sogno a occhi aperti il lampeggio dei fari, da Punta della Maestra a Porer, dalle sabbie del Delta alle bianche scogliere dell’Istria.

Un fischio lontano rompe il remoto silenzio. Un ragazzo che chiama un cane? Due amici che si salutano a distanza? Mai avrei immaginato di provare nostalgia per l’allegro vociare primaverile dei bagnini intenti a riverniciare le cabine o per il rumore di un martello pneumatico in azione sul lungomare, nella Pensione Sorriso, in eterna ristrutturazione pre-stagionale.

Una finestra a Torre Pedrera, seaside locality si legge sulla pagina inglese di Wikipedia. «Un paesetto a nord-ovest di Viserba, adagiato tra la linea ferroviaria Ravenna-Rimini e la spiaggia», riporta invece con più precisione “Marine d’Italia”, guida del Touring Club, pubblicata nel 1951. Ma la storia di Torre Pedrera è molto più antica e risale addirittura al 1673. Quella della Pedriera era una delle sei torri realizzate nel riminese, per volere di Santità Sua, scrive in una lettera il cardinale Altieri. Se di lì a poco il pericolo saraceno scompare, esplodono invece nuove epidemie e pestilenze. Poi sul finire dell’Ottocento anche su quelle dune sperdute tutto cambia. L’invenzione del mare, prendendo a prestito il fortunato titolo del sociologo francese Alain Corbin, stravolge funzioni e consuetudini della spiaggia, della relazione con il mare.

«Torre Pedrera! Vi arrivo in una ventilata mattina di luglio dopo aver percorso in carrozza gli otto chilometri che la distanziano da S. Arcangelo», racconta nelle sue Note quasi autobiografiche Giuseppe Nolli, maestro-poeta-soldato, come amava definirsi. La famiglia Nolli, milanese, acquistò il villino nel 1913 che, dopo la morte di Giuseppe nel 1918, divenne soggiorno marino, poi asilo del paese, per essere venduto negli anni Settanta del Novecento a mio nonno. Nolli proprio da questa mia stessa finestra ascoltava i «rombi di cannone tuonanti cupi su tutto l’Adriatico», nell’estate del 1914. Confini e conflitti, sinistri presagi di un’inimmaginabile primavera. Per scacciare il maleficio ritorno alla finestra, la socchiudo facendo entrare la brezza, accendo notebook e cassa. Ascolto e riascolto, come un mantra, l’ultimo canto celeste di Franco Battiato. «Torneremo ancora / Ancora e ancora / Lo sai / Che il sogno è realtà / Un mondo inviolato / Ci aspetta da sempre». Magari sentendoci più vicini ai migranti di Ganden, anche in riva all’Adriatico.

Anticipiamo qui parte del racconto scritto da Fabio Fiori, marinaio e scrittore riminese, per l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, per il quale cura la rubrica mensile “Sguardi adriatici”, dedicata all’Adriatico, mare d’Europa e paesaggio sovranazionale. Sguardi che spaziano da Trieste a Valona, dal promontorio del Gargano alle Isole Dalmate. Gli articoli sono disponibili gratuitamente online. L’Osservatorio è un portale web e think tank che si occupa di sud-est Europa, Turchia e Caucaso, e ne esplora le trasformazioni sociali, politiche e culturali.

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