Lettere al narcotrafficante in cella. Indagato infermiere dell’Ausl

In qualità di infermiere dipendente dell’Ausl e a suo tempo in servizio all’interno del carcere di Ravenna, sarebbe diventato il tramite dei messaggi tra un narcotrafficante appena finito in cella e la moglie, a sua volta attiva tra i vertici di un’organizzazione dedita all’importazione di cocaina dal Nord Europa e destinata al mercato romagnolo. In cambio, a parte qualche cena offerta dalla “donna del capobanda”, non è chiaro che cosa ricevesse. E forse per questo, nei suoi confronti non è stata emessa alcuna misura cautelare. Ora, con tutto il sodalizio criminale sgominato e spedito in cella, l’operatore sanitario risulta indagato per corruzione.

Il messaggio dal carcere

Si tratta di un risvolto rimasto finora inedito nell’inchiesta “Greppia”, che tra domenica e lunedì ha portato all’arresto di 14 persone (più una che al momento risulta ancora latitante). Tra queste c’è il 56enne cervese Roberto Forcelli, finito in manette già la sera del 23 ottobre 2019 nel corso delle indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo, coordinate dal sostituto procuratore Lucrezia Ciriello. Fin dai primi momenti è emerso che il detenuto era interessato a trovare un modo per comunicare con la consorte. In ballo c’erano i traffici ancora in corso, nonostante il suo arresto.

Il canale lo ha trovato dopo appena 12 giorni di detenzione; era il 4 novembre quando la moglie, la 44enne Monia Canducci, ha ricevuto un messaggio dal telefono dell’infermiere. La informava che il marito voleva mettersi in contatto con lei. “Quando hai bisogno di mandarmi… usa lui” le avrebbe detto l’indomani, durante un colloquio in carcere.

Le cene e i “regalini”

L’infermiere, emerge dall’ordinanza del gip Corrado Schiaretti, pare fosse consapevole di non poter veicolare messaggi dal carcere bypassando i controlli della polizia penitenziaria. Lo provano alcune intercettazioni: “Forcelli mi sta chiedendo di mettermi in contatto con te, ma gli ho spiegato che non posso”.

Le insistenze per non perdere il “gancio” interno a Port’Aurea devono essere state pressanti. L’operatore avrebbe ceduto a inviti a cena, insistendo però per pagare. Aspetto che – rimarca il giudice per le indagini preliminari – non è pertanto sufficiente a dimostrare un accordo corruttivo tra le parti.

La lettera sulla ruota

Ci sono poi le intercettazioni a fare emergere dialoghi per individuare i luoghi per non dare nell’occhio. “Vedersi lì davanti non va bene”, avrebbero convenuto. In ballo c’era una lettera scritta dalla donna al compagno: “Te la metto sulla ruota della macchina?”, avrebbe proposto lei. “No, no ma va la, lascia perdere, no ma ci vediamo”, la risposta dell’infermiere, preoccupato perché in quelle settimane gli occhi delle guardie e degli inquirenti erano puntati sul sistema di videosorveglianza della casa circondariale alla luce di alcuni episodi di incendi alle avuto parcheggiate nei pressi delle mura. “Non farmi dei regalini“, avrebbe aggiunto quindi il sanitario, prima di riprendere gli accordi per far filtrare il messaggio diretto al carcerato.

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui